Oggi vi parlo della neve. C'è chi potrebbe dirvi ti tutto su di lei. La composizione, la temperatura, la sacra costellazione dei cristalli che formano ogni fiocco. I mille nomi che le danno gli sciatori quando li sostiene e quando sprofonda, quando scoppia in esplosioni argentee tutte intorno. Ma, ovviamente, la Principiante non sa sciare. Non sa neanche un tubo sulla neve. Con lei ha il rapporto contrastato di una cittadina diventata agreste.

Cominciamo dall'inizio: vengo da Bologna, dove nevica a secchiate. A dicembre, dopo quarantacinque giorni di pioggia, attacca una bufera siberiana. Un pastrocchio di fiocconi grossi e bagnati che si spiaccicano sui marciapiedi pieni di cacche di cane. Raffiche di vento armato di fiocchi sottili e taglienti come nunchaku che ti pelano la pelle giù dalle guance. Nevica la notte intera e poi, quando smette, è lì che arriva il peggio. Perché sebbene a Bologna questo tempo ci sia da millenni e non si può dare la colpa alle emissioni dei cinesi, ogni anno la città è totalmente, disperatamente inerme di fronte al disastro. Preparata quanto gli indiani d'America che accoglievano gli spagnoli sventolando i gingilli d'oro. Non c'è cambio di giunta comunale che possa alterare il crescendo drammatico.

Per prima cede la rete dei mezzi pubblici. Gli autobus sbandano sull'infernale mistura di neve e schifo che pavimenta l'asfalto, i filobus si strappano dai fili e schiacciano le macchine in sosta oppure si impaludano contromano, occupando le carreggiate in entrambi i sensi. Poi crolla la mobilità privata. A prescindere dal fatto di avere ruote da neve, catene o cingolati militari, i bolognesi rivendicano la loro incapacità innata di guidare sulla neve e stanno a casa. È la fine della vita sociale. L'apatia della neve si mangia le abitudini comunitarie dell'essere umano in un abbruttimento divano/coperta/biscotti/serietv che può durare potenzialmente per sempre. Se proponi qualsiasi tipo di attività, ti rispondono con gli occhi fuori dalla testa: "SCHERZIIII? Ma non hai visto che NEVICA?! Io non esco. Magari poi mi viene addosso un autobus".

Dio non voglia che la tempesta interferisca con le parabole e il wifi perché, se così non dovesse essere, dall'apatia si passerebbe velocemente a faide famigliari, atti di autolesionismo e probabilmente l'estinzione della specie.

Nel frattempo, è la fine del commercio e dei servizi. Chiudono i cinema, i ristoranti, gli ospedali. Sui banchi dei supermercati resta soltando la vanillina e i nuovi ovini kinder, quelli da mangiare col cucchiaino, che fanno schifo a tutti. Sembra l'Unione Sovietica in tempo di carestia, ma fanno solo meno 2 gradi.

Ora, non vorrei che aveste capito male, non sto criticando il bolognesi. Non c'è assolutamente altro modo di reagire alla neve in città. E non crediate che essere bambini faccia propendere per un'interpretazione diversa. Fin dai 5 anni, per me la neve è stata cinque minuti di entusiasmo e poi quindici giorni di bestemmie.

Sono arrivata a Trento con questa ventennale, incrollabile certezza: la neve fa schifo. Per questo ho rifiutato gli inviti in montagna con una marea di scuse fino a che un'amica non mi ha convinta a salire sulla Paganella con lei, a gennaio di tre anni fa.

La mia amica si chiama Disprezzo ed è la montanara più tosta che conosca. Malgrado (immagino) nasconda anche lei (da qualche parte) un lato dolce, ha una scorza coriacea alta almeno tre dita fatta di resistenza al freddo, praticità e dono per la sintesi. Disprezzo sa fare praticamente tutto, dalle marmellate all'orto alle corse in montagna. È insomma una specie di dea. Inutile dire che per me nutre l'affetto profondo che si riserva ai cuccioli storpietti, quelli venuti un po' male, teneri ma inadatti alla vita.

Io non metto in discussione Disprezzo e quindi sono andata in Paganella, per quanto fossi convinta che avremmo sofferto lo schifo sulla neve. Ma lì, invece che una palude mefitica, davanti a me si è aperto un tappeto bianco spesso come i materassi della Principessa sul Pisello. La neve era candida e brillava. Il bosco schicchiolava come se fosse pieno di piccoli argani da nave. L'incanto era rotto soltanto dal cane psicotico di Disprezzo che sbavava furia omicida verso tutti i punti cardinali.

Ho seguito Disprezzo lungo la china senza parole. O almeno ci ho provato. Dopo qualche metro di fatica e gemiti soffocati, è tornata indietro a chiedermi "Lo sai che per arrivare in cima bisogna andare in avanti, giusto?" Brava Disprezzo, non dare mai nulla per scontato. Alla fine, ha avuto pietà di me. Il cane stava cercando di staccarle un braccio dal corpo per andare a uccidere uno che sciava poco lontano, e intanto lei mi ha spiegato come non scivolare a valle ad ogni passo. "Ecco, spingi la punta dello scarpone nella neve, poi abbatti la suola, così ti scavi un piccolo gradino. Senti che tiene?" Come sempre, Disprezzo aveva ragione.

Da lì comincia lo spettacolo. Il bosco crepita come un veliero, i cristalli di ghiaccio ingioiellano i rami. Il silenzio sembra fiorire tutt'intorno. Le piste degli animali attraversano il candore simili a versi di poesia scritti per terra. La neve cede con un sospiro sotto il piede. La luce scende dal cielo azzurro e sale dalla terra bianca, cresce con l'altitudine e l'incanto.

Abbiamo camminato in silenzio verso l'alto. Abbiamo corso gridando verso il basso, abbiamo saltato dentro i mucchi bianchi. Abbiamo scivolato, rotolato, abbiamo fatto a palle di neve. Mi si sono congelate le dita nei guanti di pelle. Mi si sono congelate le labba in un sorriso che non se ne andava più. Mi si sono sciolti i capelli e i lacci delle scarpe nelle corse senza fiato. Mi si è sciolto il cuore perché non c'è nulla di più bello della neve.