Oggi voglio parlarvi di una roba speciale. Sì, è arrampicata. Un'arrampicata particolare, però. Quella a tre metri da terra.

Allora, c'è gente che dice che l'arrampicata sportiva è un'attività completamente inutile. E c'hanno anche ragione. Al contrario che nell'alpinismo, non cerchi di raggiungere la vetta per camminare più vicino al sole, dove in pochi hanno prima camminato. In arrampicata sportiva fatichi, sudi e rischi il collo per arrivare a metà di un roccione qualsiasi, dentro un bosco senza nome. Quando arrivi alla catena, lì dove finisce la tua via, magari c'è un po' di panorama da sbirciare, torcendo il collo, con le cosce segate dall'imbrago. Magari invece sei infossato dentro un canalone, a destra una pista da sci piena di ruspe, a sinistra un muro di larici e in testa le radici di un nocciolo. Che bellezza. Insomma, di solito appena arrivi in cima vuoi subito scendere. E quando metti i piedi a terra, quale bel premio avresti guadagnato? Non è facile spiegarlo, eh. Non è facile, a chi non ha provato.

Ma c'è qualcosa di ancora più difficile. Perché quando scali puoi dire che cerchi l'ebbrezza dell'altezza, il vuoto dietro la schiena, quella sensazione incredibile di stare con i piedi più in alti delle teste di tutti gli altri. Gli puoi tirare fuori la paura e la sfida, le corde che sono sempre affascinanti, la misteriosa attrezzatura di metallo. L'arrampicata suona come un'attività da iniziati. Un po' avventura, un po' numero da circo, un po' arte.

È ben più difficile spiegare l'altra. Quella di cui parlavo prima. Quella a tre metri dal suolo. Ricordo un povero agricoltore che ci aveva aperto il suo terreno, occhi spalancati, fronte aggrottata, dito che gratta la testa con sconcerto: "Cioè, i sassi? Voi scalate i sassi?"

Sì, signore. Scaliamo i sassi. Sapete quei pietroni tondeggianti che se ne stanno in giro sparpagliati nei prati? Di solito ci aggrappiamo di sotto e cerchiamo di avanzare verso il sopra. Li abbracciamo, li arpioniamo con i talloni, li stritoliamo con le cosce, incastriamo i piedi e le ginocchia nei buchi, ci spalmiamo, spiaccichiamo le guance, li baciamo. Quando va male, cadiamo con il culo a terra. Quando va bene, ci arriviamo sopra in piedi. Vittoria!

Il boulder sì che è arduo da spiegare. Niente affascinanti attrezzi. Niente vertigini. Niente mito dell'altezza. Ma qualche pregio ce l'avrà no? Uno pensa: massì, in fondo sarà una roba rilassante rispetto a quello che facciamo di solito. Niente paura di cadere, niente attrezzatura pesante, niente sicura che ti fa venire la cervicale, la gobba e il colpo della strega. Solo un bel gruppo di amici che si divertono sul prato, rilassati.

È così che mi sono trovata sulla schiena un materasso due volte più alto di me ad arrancare su un sentiero fangoso. All'arrivo, i materassi finiscono per terra, le scarpette finiscono sui piedi e le persone finiscono sotto i sassi. E lì anche l'ultima illusione s'infrange. Perché col cavolo che il boulder non fa paura. Il boulder fa paura da morire. Ricordate il post sulla zietta paranoica che ti grida in testa che stai per morire mentre scali? Ecco, con il boulder neanche hai alzato il piede da terra che quella sta già gridando. "Dov'è la cordaaaaa? Dov'è il tuo assicuratoreeeee? E quel materassino sottile come una frittella? Davvero pensi che se cadi ti salverà dalla morteeee?!". Dopo un po' a non avere una corda ti abitui. Ti abitui anche ai tuoi amici che, invece che metri sotto, stanno tutti intorno a braccia alzate, a farti credere che ti prenderanno se cadi, a sentirsi utili. Ma questo non significa che ti abitui alla paura. Io, personalmente, ho un limite dei due metri. Al momento esatto in cui il mio tallone passa questa linea immaginaria, la centrale di controllo suona la sirena.

Ma allora, perché diavolo uno dovrebbe farlo, direte voi? Fa paura come la falesia con l'aggravante che, preso dal panico a due braccia dal suolo, sembri un cretino. Non ti porti a casa neanche la vittoria sull'altezza. È faticoso, sporco, stupido e completamente inutile. Davvero non ti vengono in mente modi migliori di passare la giornata?

No. Come gliela spieghi, la sfida e l'esultanza? Come gliela mostri, la linea che emerge dalla roccia? Come traduci i geroglifici del tempo, che hanno scavato nei giorni gli appigli per le mani? Come gliela canti, la musica assordante dei muscoli tesi, del bicipite che che si allunga, degli addominali che induriscono intorno al tuo nucleo d'oro? Come gliela suoni, la canzone di tamburo del sangue, del respiro che diventa movimento, che inspira a richiamare la tua forza e sputa fuori l'aria nello slancio? Come gli racconti che è proprio perché è fine a sé stesso, che è così importante? Che è proprio perché è inutile, che diventa assoluto? Che senza corda, imbrago e ferri diventi solo corpo, solo gesto? E che quel gesto che ti rende completamente presente, vivo nel momento? Come glielo spieghi, che è l'unico gesto di vera libertà?

Come glielo dici cosa provi, quando fai l'amore con la terra?

Non glielo dici, non si può spiegare. Tienitelo per te, è abbastanza. Tutto quello che vedranno sarà una ragazzina inzaccherata che saltella e urla sopra a un sasso. Scendi, avvicinati, chiedigli di provare. È così che glielo spieghi. È così che li inviti dentro il posto più bello che hai.

Ph. Nikolay Vasiliev