Oggi vi parlo della mia vita quotidiana come scalatrice di rocce. Com'è la giornata tipo di una Principiante? La passione si vede già dal risveglio. Ogni mattina, in Trentino, una Principiante si alza e si pone un unico, grande quesito: oggi si scala o non si scala? Un tempo facevo una colazione veloce, mi davo una sciacquata, un po' di trucco e poi via, decente e professionale, verso l'ufficio. Adesso è un'altra storia. Adesso ci son le giornate in cui si scala.

Allora la borsa del lavoro viene razziata per infilare solo lo stretto necessario in un infangato zaino da montagna. Le scarpette puzzolenti si strofinano sul portadocumenti. L'agenda si ammacca tra i rinvii. I sandali lasciano il posto a scarpe da avvicinamento, la camicetta a una t-shirt sformata. La corsa verso l'ufficio prevede ritardi e fatica mentre pedalo sulla sgangherata bicicletta con sulla schiena venti chili di attrezzatura da montagna. I portinai aprono sconcertati la porta ad un essere subumano coperto di sudore, che tintinna per le scale come se avesse le scarpe piene di dobloni d'oro. I colleghi inciampano nella corda buttata in un angolo dell'ufficio. Il mio capo osserva perplesso i vari dispositivi per allenare le dita sparsi sulla mia scrivania. I miei utenti, a vedermi struccata e con i codini di Pippi Calzelunghe, mi chiedono se sono maggiorenne.

Durante la giornata, il lavoro è disturbato da una valanga di messaggi del gruppo scalata che si organizza. Io leggo una direttiva ministeriale mentre la Bestia e Mastro Sensei litigano per una falesia al sole o all'ombra. Io cerco su internet notizie sul rinnovo dei passaporti in Ambasciata Nigeriana e Gamba e Disprezzo battibeccano di gradi troppo facili e difficili. Io cerco informazioni sui ricongiungimenti familiari dal Senegal e i miei amici arrivano agli insulti perché "laggiù sembra di scalare sul lardo" e "quella falesia l'ha chiodata un assassino seriale" e "sì, ma se non ti tieni neanche sui 5b non è colpa mia". Quando apro WhattsApp mi trovo con centocinquantasette notifiche. Mentre cerco di ricostruire l'accaduto e nel frattempo pompo una pinza ergonimica per rafforzare la mano sinistra, Aspirina mette la testa dentro al mio ufficio e dice: "Oh, io comunque non ho capito cosa c'hanno contro la Falesia di Celva. Per me è bella". Aspirina. La falesia di Celva fa schifo.

Le qualità di multitasking dello scalatore sono impressionanti. Dovremmo metterlo nel curriculum: "capace di dedicare parte dell'attenzione ad attività secondarie come il lavoro, mentre espleta compiti più importanti come quello di allenare la pinzata". Oddio, a coniugare lavoro e arrampicata, io e i miei amici non siamo proprio degli assi. L'estate in cui il mio branco di arrampicata viveva la sua luna di miele, due componenti su cinque erano disoccupati, uno lavorava per finta e un quarto si è fatto licenziare. Al tempo, invece di un semplice gruppo Whattsapp, girava una newletter piuttosto impegnativa piena di relazioni su vie di montagna, diatribe sulla leggendarietà di questo o quello scalatore del passato e planning di gite tre giorni con tanto di lista di cosa portare. E visto che io mi rifiutavo di leggere il papiro mentre ero al lavoro, mi prendevo gli insulti.

Insomma, il tempo scorre, l'agognato momento della fuga si avvicina. A pranzo i colleghi che mangiano l'insalata mi fissano inorriditi mentre ingollo gulash e canederli. Oh, che volete. Io devo scalare stasera. Il pomeriggio si trascina tra montagne di roba da fare e speranzosi sguardi alla finestra per controllare che non cambi il tempo. Alla fine, arriva l'ora! L'ultimo utente si allontana, i colleghi preparano la borsa, io schizzo in piedi e giù, a rotta di collo verso l'uscita.

A rotta di collo perché oltre l'uscita c'è la strada. E la strada porta dentro il bosco. E dentro il bosco tutto acquista senso. Al primo metro più in fondo, arriva il fresco. Il frastuono delle macchine si perde oltre le spalle. Al secondo metro, arriva il suono. Cantano uccelli, strofinano cicale. Al terzo metro arriva quel profumo. Fronde e acqua che scorre sul muschio, terra nera d'inverno, terra secca d'estate. L'odore immaginario delle volpi, quello reale della corteccia scaldata al sole. La festa colorata delle viole. Al quarto metro, il bosco apre le braccia. Cammini nei profumi e nei canti, negli scricchiolii di creature sconosciute che possono abitare il bosco tutto il giorno, mentre per tu puoi soltanto visitarlo. Ma la tua non sembra una visita, sembra un ritorno. Un ritorno a dove non sapevi di dovere stare. Dentro una coltre di legno, sotto un cielo di rami. Che c'è da stupirsi che tu voglia entrarci? Non è forse ovvio a tutti che il bosco ti chiami?

Così finisce la giornata di una Principiante. Gli amici convergono, portano da bere. Le amiche abbracciano, snodano corde, annodano scarpette. Tutti sulla roccia a dimenticare tutto il resto. Con tutto il bosco intorno. Non ce ne vogliano, i nostri colleghi e capi. Non è che non ci piace il lavoro. Non è che non ci interessa. È che il bosco ce l'abbiamo sempre in testa. Un ondeggiare di fronde continuo, nel respiro. Che non te lo togli di dosso neanche se vuoi. Quando noi non siamo dentro al bosco, è il bosco che è dentro di noi.