Oggi vi parlo dell'arrampicata all'aperto. Lì dove si suppone venga fatta. Tra le fronde dei boschi, in alto sopra i laghi, sulla faccia al sole delle montagne, sulla faccia all'ombra dei dirupi.

Prima degli anni sessanta si scalavano soltanto le montagne vere e proprie. Gli scalatori partivano in scarponi, carichi di chiodi e martelli, per estenuanti e pericolosissime esplorazioni verticali. Tirarsi sulla corda, mettere i piedi sui chiodi, ogni espediente era buono per arrivare in cima. Negli anni settanta, gruppi scapestrati di ragazzini hanno cominciato una rivolzione della montagna. Suona famigliare? In quegli anni gli piaceva rivoluzionare le cose. Gli scalatori ragazzini si sono guardati intorno e hanno visto che i loro monti erano pieni di roccia molto più bassa, molto più facile da raggiungere, molto più facile da abbandonare. Avevano scoperto le falesie.

Le falesie sono tratti nudi di roccia sul fianco dei rilievi, ferite di pietra dentro al manto del bosco, lastre minerali di quaranta metri al massimo. Di norma, qualcuno ci ha piantato dei chiodi a cui puoi attaccare la corda. In falesia puoi cadere, puoi volare. Non rischi di morire se oltepassi il limite. In compenso, gli scalatori ragazzini si erano dati delle regole. Non ci si può aggrappare a nulla che non sia roccia e bisogna arrivare su in un unico slancio, senza riposi. Con quelle regole non salivano più le montagne, cercavano la perfezione. Gesti sempre più duri, più rischiosi. I loro erano viaggi cortissimi e selvaggi, come lanci spaziali.

Ovviamente, queste regole valgono solo per chi si tiene, quindi per esempio non per la Principiante. Le giornate in falesia mie e dei miei amici sono piene di disperati tentativi di aggrapparsi agli alberi, alla corda, ai rinvii, alla corda di quelli che scalano di fianco, ai pantaloni di quelli che scalano di fianco, alla speranza, alle illusioni, alla vita. Perché scalare fuori fa PAURA. Ed è dannatamente DIFFICILE. Ed è la cosa più bella del mondo.

La prima volta che scali, è un po' come il primo giorno di scuola. C'hai tipo sei anni, della vita hai capito ancora pochino, quella mattina preferivi stare a letto e ora hai fame. Ma niente, sei qui, il posto è tutto nuovo e sta per succedere qualcosa d'importante. Lo leggi nell'espressione e nei sorrisi tesi di quelli che hai intoro, sono giorni che ne parlano, ti preparano, si preparano. Ti hanno detto che di questo giorno non ti dimenticherai più. Fatto sta che arrivi, i grandi fanno cose incomprensibili, trafficano con attrezzi strani e parlano tra di loro. Tu hai sempre sonno e fame, e cominci ad avere anche la pipì. Ma non dici nulla perché insomma, è il grande giono o no?

Ti imbragano, ti legano, ti mettono anche la corda dall'alto che così proprio non può succederti niente. E poi ti indicano la parete: dai. Ti avvicini, circospetta. Quella sta ferma, fa l'innocentina. Per vedere la cima, devi rovesciare la testa indietro. È pesante fredda, austera. Ti sembra che ti prema diretamente sui polmoni e sul cuore. All'improvviso non sei più tanto sicura che quello sarà il giorno più bello della tua vita. Fai marcia indietro, rinculi verso il bosco, chiedi ai grandi se per caso non si può tornare indietro, in fondo all'asilo tu ci stavi benone, c'erano le maestre simpatiche e quel bambino con la fossetta sul mento che si chiama Filippo e che a volte ti tratta male ma che ti piace lo stesso. Non posso tornare da Filippo a fare i giochi con la pasta sale? Siamo proprio sicuri che devo mettere le mani su questa roba tutta fredda e strana? È proprio obbligatorio, arrampicare?

I grandi sono inflessibili: forza. Tu avanzi con la coda tra le gambe. Davanti a te un piano tutto uguale, grigio e marrone. Dove sono le tue prese colorate, quelle su cui ti aggrappi in palestra? Non ci sono. Bisogna che te le inventi tu, gli appoggi per le mani e per i piedi. Bisogna leggerla questa roccia, prima di scalarla. E il primo giorno di scuola tu non sai leggere. Quella scrittura antica di roccia non ti dice niente. Prendi un bel respiro, stringi una maniglia bella fonda, metti il piede su un gradino grosso come quello di casa e via, partita. I grandi guardano con amore e apprensione l'uccellino che muove da solo i primi passi. In questo caso, sperando che non spicchi il volo.

È dal quel giorno lì che comincia un'altra avventura. Un'avventura fatta di sole sul collo, di respiro e di vento. Di occhi e mani che imparano piano piano a leggere i geroglifici della terra per decifrare i versi verticali che ti portano in alto, al termine del poema. Quale soddisfazione, tradurre quella lingua! Incroci le mani una sull'altra, trovi un appiglio dove ne immaginavi uno, la roccia ti ha parlato e tu hai capito il suo mormorio e lei ora ti tiene e tu sei salvo. Ci saranno altri infiniti giorni di timore, giorni in cui ti sembrerà di nuovo tutto nuovo, in cui la roccia starà zitta, incomprensibile come un amore perduto. E in qualche modo imparerai a rispettare il suo silenzio, ad accettare la tua incapacità a capirla, aspettando il giorno in cui le dita terranno un poco meglio e il cuore non ti salterà dentro alla gola.

Alcuni saggi orientali dicono che solo la mano aperta è piena di tutte le cose. Per quel che mi riguarda, è la mano chiusa sulla roccia, quella che stringe tutto quanto. Terra, paura, esultanza e comprensione. La mano sulla roccia stringe l'eternità per quanto effimera. È la mano sulla roccia, l'unica mano davvero libera.