Oggi vi parlo degli Amici di Montagna. L'Amico di Montagna (Amicus Ferus Montium Commune) è un mammifero di medio-grossa taglia appartenente alla famiglia degli ominidi, della specie Homo Ferus, sottocategoria Trogloditis Tenax.

È un animimale profilico che abita l'arco alpino. Se ne trovano sottogruppi un po' dappertutto dalle Dolomiti Venete fino alla Valle d'Aosta. Da un punto di vista fisico, l'Amico di Montagna è un bidpede robusto, con una forte costituzione solo raramente minata da malattie improvvise, alle quali reagisce entrando nel panico più assoluto. Estremamente resistente al freddo e alla fatica, è capace di camminare per ore e ore sostentato soltanto da due noci striminzite, mezzo sorso d'acqua e una ventina di bestemmie. Può coprire impressionanti dislivelli spinto, a quanto pare, dal semplice desiderio di raggiungere strutture a forma di croce poste sulle vette. Il significato di questo rituale è, purtroppo, ancora sconosciuto. Molto adatto a trasportare pesi, può essere utilizzato per svariati lavori, come quello di condurre a valle persone che si sono infortunate, ma anche per svuotare cantine, attuare traslochi e spingere automezzi incidentati. Se lasciato libero di muoversi a piacimento, tende comunque a caricarsi sulla schiena voluminosi zaini.

L'Amico di Montagna si muove in modo sicuro in boschi, pietraie, sulla neve e sul ghiaccio. È stato osservato che avere un essere umano di città al suo fianco ne esalta la tendenza a marciare più veloce, a propendere per i sentieri più erti e a ripetere ogni quattro minuti e mezzo "Che sarà mai, per due sassi, cammina e tasi". C'è una cosa, al di là di ogni altra, che aiuta a distinguere l'Amicus Ferus Montium da altre creature simili ed è la sua reazione davanti ad un dislivello. Immancabilmente se la strada, da piana, punta verso l'alto, l'Amico di Montagna raddoppia l'andatura. Non può resistere. Anche se stava già al trotto sostenuto. Anche se siete di fianco a lui con il fiatone. Anche se gli state parlando e poi vi trovate a gridare parole contro la sua schiena che si allontana.

I branchi degli Amici di Montagna sono di solito composti da alcuni Amici di Montagna e da una o due creature di altre specie, che sembrano inspiegabilmente godere della loro compagnia. Queste creature "estranee" vengono vicendevolmente denigrate e coccolate, irrise per la loro incapacità e vezzeggiate per la loro tenerzza, sfiancate con attività all'aperto e rifocillate con cibi deliziosi, terrorizzate con rischi indicibili e amorevolmente riscaldate al fuoco di una stufa a olle. L'amore per i membri del gruppo, sia quelli endogeni che quelli estranei, è profondo e spassionato. Viene spesso virilmente espresso in sfottò e soprannomi ingiuriosi, ma anche in occhiate languide, doni di cibo e fiera gelosia qualora Amici appartenenti ad altri gruppi cerchino di "rubare" qualche componente.

Questo comportamento verso gli interni al branco è diverso dal comportamento verso gli esterni in modo quasi schizofrenico. L'Amicus Ferus Montium, infatti, venera i propri compagni e detesta ogni altra creatura vivente. Quando arriva su una vetta e ci trova un'altra mandria di Amici, il sorriso della conquista si congela sul suo volto, soppiantato da un ghigno d'odio e dalla sucessiva corsa verso valle senza neanche scattare una fotografia. Quando, dopo ore di marcia sotto un calore devastante, finalmente si raggiunge il lago e si scopre che, orrore!, altre specie hanno già colonizzato la sponda, la ritirata è l'unica opzione. Quando la povera creatura "ospite" sente risuonare le temute parole "MASSA GENT", sa che non resta che tirare su i suoi due stracci e abbandonare l'agognata meta.

Non stupirà sapere, a questo punto, che la Principiante autrice di queste pagine ha potuto apprezzare e studiare il comportamento di questa particolare specie grazie al fatto di essere in effetti stata accolta all'interno di un branco. E non stupirà, dati i presupposti sopra descritti, quanto questa sia stata un'esperienza incredibile. Grazie al mio gruppo di Amici maleodoranti, bestemmiatori, scavezzacollo, anaffettivi, dal dubbio gusto estetico e dagli sgargianti abiti anni 80 ho vissuto fantasmagoriche avventure. Ma forse l'avventura più leggendaria è stata semplicemente quella di stare insieme. Da loro ho imparato a camminare verso l'alto e a bere la birra. Non ho ancora imparato a stare in piedi sui ghiaioni e a tagliare il formaggio, ma loro continuano indefessi a tentare di insegnarmi. Con loro ho imparato a rispettare il silenzio delle vette e ad apprezzare la musica del monte. A trovare un passo giusto e a non lasciarlo fino in cima. A non strappare i fiori ma a portarmi via il profumo. A non rubare i sassi ma a ricordarne i colori. A riempirmi di sole e di vento, senza doverlo dire. A non fare fotografie ma a fare ricordi.

Con loro ho cominciato a guardare con gli occhi la valle e sentire la valle col corpo, a lasciar entrare la montagna, goccia a goccia con il sole nella carne. E la cosa più insperata è stata questa. Che goccia a goccia, il panorama poi ti cambia gli occhi. Quello che vedi cambia come vedi. Quello che vedi cambia come sei. Vedi una china, un bosco, una colata di rododendri viola sul crinale. Ti cambia gli occhi e i rododendri diventano pensieri. Ti cambia il cuore e i pensieri diventano viola. La montagna ti riconda quanti anni hai. Che sei giovane comparato a lei. Che sei piccolo e che puoi bere il sole. Puoi imparare cose anche senza le parole. Grazie ai miei amici di montagna ho imparato a imitare chi tace. A respirare piano, camminare lenta e cercare la pace.