L'anno è finito, è iniziato l'anno. Ma la montagna non lo sa e resta uguale. Noi uomini e donne, invece, a questi cambiamenti ci badiamo. Allora parliamo. Dell'anno finito e dell'anno venturo. Buon giro di giostra, montanaro!

Questo anno che ora è finito, era iniziato con un inverno molto caldo. Avevamo scalato tutto dicembre 2018, fino al 31. Quel giorno, nessuno di noi aveva pensato a cosa fare per capodanno. "In fondo" aveva saggiamente detto Mastro Sensei "oggi tu vai a scalare e non sai. Magari ritorni e finisci nel fiume. Cosa stai a pensare a cena. Tu non sai! Non pensare a poi. Scala!".

Avevamo scalato e nessuno era finito nel fiume, lasciandoci con il problema di dover effettivamente pensare alla cena. Che però era stato risolto con una festa improvvisata a casa di altri scalatori: quando sei in mezzo a gente che non conosci, in fondo basta gridare "Se non fai il 7a non è arrampicata" per animare all'improvviso la serata. E quindi eccoci a fiondarci a casa dopo la falesia, la Principiante si fa la doccia, la Bestia non ne vuole sapere, la Principiante prega e minaccia, la Bestia vuole portare la terra delle Dolomiti con sé nel nuovo anno, la Principiante bestemmia, la Bestia sbuffa e capitola. Ubriachi, contenti, sfiancati da arrampicate e balli, alle tre di notte ci troviamo tutti insieme a scrivere "W la spittatura corta" nell'aria con la brace dei bastoncini-scintilla di Capodanno.

E insomma, sembrava che meglio non potesse andare. L'anno si apriva in bellezza! La Principiante si addormenta serafica, confidando in un futuro pieno di gioia e sesti gradi.

E invece.

Invece mi sa che era meglio che ci portavamo la terra delle Dolomiti nel nuovo anno. Perché per un bel po', di terra non ne avrei vista neanche l'ombra.

Il 2019 si apre, infatti, con uno stramazzo. E no, non di alberi durante una tempesta. Piuttosto, della Principiante. Che si spalma al suolo. Di faccia. Mentre fa boulder in palestra. La prima volta che prova un lancio. Su un 5A. Seguono urla, lacrime, choc, un gomito fuori posto. Mi tengo un braccio e sussurro "No dai, non c'è bisogno di andare in ospedale...". Mastro Sensei mi scopre il bicipite diventato nero-bluastro e dice "Sìììììììì, noi ora ospedale!".

Andiamo in ospedale. La Bestia guida in silenzio, io guardo le stelle sopra l'auto e trovo chi sto cercando. Penso "Dai, Orione. Dai. Dai, che va tutto bene".

Va tutto bene. Il gomito torna a posto, c'è un tendine un poco lesionato. Ghiaccio e argilla, varie terapie. E fermo. Il mio primo fermo da due anni. Non ho scalato un paio di mesi ed ero convinta che tutto fosse perduto. Sono tornata a scalare e in due settimane facevo la stessa roba di prima.

Poi ci sono state altre sfighe, altre fortune, altre avventure. Una primavera goduta follemente e un lungo viaggio in terre inospitali. Per mesi, con gli occhi pieni di rimpianto, io e la Bestia illustravamo a gente venuta da mezzo mondo i mille pregi del Trentino: "non piove mai, ci sono le falesie, non ci sono le persone, tutti si vestono da schifo, il soccorso alpino è efficiente, nessuno ti parla per strada, c'è un solo bar, la gente sa vangare la terra, cucinare i canederli, parlare a rutti...". Inutile specificare che non avevamo amici.

Infine, in autunno il Trentino ci ha riaccolto, conferma di tutte le nostre nostalgie, con le falesie e senza le persone, con i canederli, i rutti, il soccorso alpino e quell'unico bar. Ok, pioveva praticamente sempre, ma questo è un dettaglio. Dopo ha nevicato, no?

E adesso anche quest'anno è finito. E una cosa la vorrei proprio dire. Sono ferma di nuovo e non posso arrampicare. Ha piovuto, ha fatto neve e io sono rimasta a casa a guardare. Ho lasciato il lavoro, ho cambiato il lavoro, ho reimparato a lavorare. E sono qui.

Qui a Trento.

Non per l'università, che ho finito. Non per il lavoro, che non ho più. Non per arrampicare, che non posso, per quanto spero presto di riprendere. Per cosa, allora?

Per il sole, la roccia, gli amici, per la bicicletta, i due soldi che costa, per la vita leggera e imprevista, per la vita così facile e dolce. Perché qui a Trento mi muovo più leggera. Perché profuma di terra la sera. Perché profuma di montagne anche la piazza. Che dalla finestra le vedi e ne sai i nomi: "Bondone, Celva, Vigolana, Calisio, Marzola, Paganella." Un rosario di sacerdotesse silenti, in piedi intorno al letto. Che ti seguono con lo sguardo ovunque vada. Che riflettono i colori della sera. Che si coprono e si scoprono di brina.

Resto a Trento per quell'aria fina. Che quando non la senti, te la sogni. Che quando esci di casa la ritrovi. Che sta alle pendici e sta sopra la cima. Un frizzare di bosco fino a dentro la città. Il profumo di resina fino in mezzo alle strade. "Bondone, Paganella, Calisio, Marzola, Celva, Vigolana." Sono qui perché sono la volpe e questa è la mia tana. "Bondone, Vigolana, Paganella, Calisio, Marzola, Celva." Sono qui perché sono il picchio e questa è la mia selva. Sono qui perché siamo tutti in parte belva. E alcuni di noi hanno bisogno di spazio e di silenzio. E qui a Trento l'abete è più profondo del cemento. Il granito più antico dell'asfalto. La natura è più forte della città. E porta con sé la fiaba e la leggenda. Un sussulto di avventura si annida nelle albe. Ti svegli e puoi andare nella valle. Ogni nuovo giorno ha dentro scavata una nuova via.

Sono qui perché Trento è diventata casa mia.