Oggi vi parlo della mia prima compagna d'arrampicata. Della nostra amicizia, del nostro disagio, della terribile sorte di principianti assolute che ci perseguita anche se scaliamo da anni. Perché a scalare, noi, non si impara mai. Resteremo principianti fino alla tomba.

Oggi vi parlo di Aspirina. Aspirina è alta alta, magra magra, ha molta saggezza e poco sale in zucca. In due, non facciamo una dose normale di senso pratico. Quella di cui sono dotati i bambini e gli animali, per dire. Io e Aspirina abbiamo paura del male di vivere e non dei ladri. Dei brutti sogni e non delle inondazioni. Ci armiamo con perizia contro la tristezza e ce ne andiamo a camminare sull'Adige nelle sere di allerta onde, o dimentichiamo la porta di casa socchiusa di notte. Siamo capaci di parlare a gente con problemi psichiatrici e a vittime di traumi, ma non riusciamo ad aprire una birra senza apribottiglie. A volte, il nostro sodalizio funziona. Tipo quando io non so guidare perché sono tanto disagiata da avere paura delle rotonde, ma lei non può noleggiare una macchina perché è tanto disagiata da non avere una carta di credito. Altre volte, finiamo in tragedia. Tipo quando ce ne andiamo serenamente dall'aeroporto abbandonando sul nastro le valigie che erano state caricate in stiva.

Come coppia di scalatrici, sembriamo abbastanza destinate al fallimento. Se almeno uno dei compagni di cordata è capace di vivere, c'è una chance di arrivare in cima. Tra noi due, non saprei su chi puntare. Entrambe ci mettiamo quaranta secondi per aprire la ghiera di un moschettone. Tre minuti per fare un nodo. Otto ore per approntare una sosta. Quindici giorni per imparare una manovra. Una notte per dimenticare tutto. Mangiamo troppo, dormiamo troppo, non abbiamo il senso del tempo, non sappiamo mai dove siamo, scordiamo la roba dappertutto e non abbiamo mai contanti in portafoglio.

Ricordo ancora quando, da viziatelle trentine di falesie nuova di pacca, ci siamo trovate davanti a una catena senza moschettone, alla fine di una via. Eravamo a San Vito lo Capo, io sopra venti metri di roccia unta di salsedine e lei sotto venti metri di roccia, in preda al vento del mare. Niente amici né sconosciuti in lontananza. Non starò a tediare chi non scala con inutili tecnicismi, vado al sodo. Se alla fine di una via non sai come calarti, è un problema. Io sudo e mi scervello, appesa al braccio destro che si gonfia come un pallone mano a mano che passano i minuti. Aspirina in fondo alla falesia non capisce che succede e grida vaghe parole di conforto. Poi l'illuminazione! Mi lego alla catena con un rinvio e stacco la corda dall'imbrago. Per chi non scala, significa che ho in mano una corda da settanta metri che è l'unica responsabile del mio ritorno con i piedi per terra. La corda non è più legata a me e schiocca nel vento. Fisso la mano che regge la corda corrugando le sopracciglia: "Stai!" dico, come a un cane indisciplinato "Stai. Ben chiusa. Non ti aprire. Non mollare la corda giù, per l'amor del Cielo".

In qualche modo, ce l'abbiamo fatta anche quella volta. Quella è probabilmente l'unica manovra che ho imparato in meno di quindici giorni.

Insomma, tutta questa storia per dire che se sei un disagiato, dovresti scegliere un compagno che ce la possa fare. Scalare non è uno scherzo e chi va a cercarsela, capita che la trovi, se mi intendete. Ma è anche per dire che, in qualche modo, questo dogma sacrosanto non è valido proprio sempre sempre. Perché c'è qualcosa che è importante almeno quanto la bravura, il senso pratico e l'esperienza, nella scelta di un compagno. È la fiducia.

Quando scali, il tuo compagno tiene tra le mani la corda che ti riporta a terra. La corda che ti acchiappa se cadi, che ti segue se sali, che ti tiene se ti fermi. La corda che viene su con te. Lupo Senza Peso diceva questa cosa sulla corda: "La corda è il vostro amico che sta in fondo alla falesia. Non c'è differenza tra la sua carne e la sua stoffa. La sentite lì e significa che non siete soli, c'è lui lì con voi, in ogni momento".

E quanto serve fidarsi di chi hai sotto. Se non ti fidi, non muovi neanche un passo. Il sorriso del tuo compagno è un sorso di fiducia, gli occhi che ti seguono, tengono a bada la paura. E non è la paura, il più grande dei mali. Perché c'è ben altro che il rischio di cadere male, in gioco. Proiettato sullo schermo della falesia, vien fuori tutto. Il tuo compagno ti sente gridare, gemere, pregare e bestemmiare. Vede la tua debolezza, la tua confusione. La tua codardia si srotola come uno striscione. La tua scarsa fiducia in te stesso è vistosa, dal basso. E non sono cose da poco da svelare agli altri.

Ma se il tuo amico è la persona giusta, non ne hai paura, non ne hai vergogna. Sai che poi tocca a lui, sfidare sé stesso lungo quella stessa via. Vi dovete guardare bene, perché vi fate sicura. Vedete il peggio in ciascuno e non girate gli occhi. Scalare è mostrarsi del tutto. Una farfalla trapassata da uno spillo, un virus sotto un microscopio. Se spingi in alto il tuo limite, ti trovi nei guai. Se ti trovi nei guai, si nota. Il compagno guarda, respira, allunga una lunghezza di corda in modo che tu possa arrivare più in alto.

Il tuo amico è lì quando trionfi. Piccole cose per altri, enormi per te. Ti vede rischiare, serrare le dita, scoprire i denti. Ti vede cadere ma ti vede anche salire fino in cima. Ti vede arrivare in catena e ruggire d'orgoglio, garrire la tua vittoria nella valle, che mi sentano fino ad Arco che ce l'ho fatta! Con sorrisi, urla o danze di gioia sul posto, ti celebra mentre ti cala a terra, quando il tuo viaggio è finito. Ora tocca a lui e tu sei lì, pronto a prendere il tuo posto nella torre di controllo. Pronto ad accettare la sua sconfitta, a gioire della sua vittoria.

Siamo le mani dietro la corda, siamo la corda. Siamo le mani che tengono stretti, siamo la corda che sale con voi. Siete al sicuro, siamo tranquilli. Siamo al sicuro nelle mani giuste. Hanno tutti una corda giusta. Siamo tutti la corda giusta di qualcuno.

Ph. Nikolay Vasiliev