Oggi vi parlo di perché ho cominciato a scrivere un blog. Le ragioni sono due. Come prima cosa, non ho più un lavoro. Quindi ho tempo. In secondo luogo, sto vivendo un'avventura. Quindi ho qualcosa da raccontare.

La mia avventura non è di quelle tutte spari e cardiopalma. Anche se un po' di contusioni, terrore e sangue ce ne sono. Non è neanche di quelle strappalacrime, anche se un po' d'emozione viene fuori. Di certo non è una scintillante avventura metropolitana alla Grande Gatsby. Vi ricordo che tre quarti della gente che conosco va in giro in scarponi.

La mia avventura è quella di avere poco meno di trent'anni, in Italia. Di aver lasciato casa per studiare, di aver studiato e viaggiato, e poi di essermi fermata in una cittadina chiamata Trento. Una cittadina leziosa, salita in valle dell'Adige dalla pianura veneta per far villeggiatura, in un'estate dell'anno mille, e lì rimasta per sempre, con le sue ville e i suoi campanili in mezzo a un anfiteatro di monti.

Ora, quando ci sono arrivata, avevo ventitré anni e puzzavo ancora di serpente. Parlavo tre lingue e volevo vivere ovunque, a Parigi, a Rio de Janeiro, a Benin City e a Roma. Trento era una tappa intermedia, due anni di studio rimasti ancora lì in mezzo, tra la laurea triennale e la vita. Sono arrivata con una valigia piena di libri, un set di scarpe col tacco e una voglia di studiare bellicosa. Ero pronta a spolpare qualche esame, fare qualche lavatrice, scolare qualche bicchiere di vino e via, verso il futuro. Le cose non sono andate come mi aspettavo. Tra qualche cantonata e una storia d'amore finita, ecco il primo colpo di scena della fiaba. La ragazzina bolognese trova un lavoro. Un lavoro speciale.

Ed ecco che vi parlo, a tradimento, di migranti. Era il 2015 e la Libia era un accampamento di milizie inferocite, una scatola piena di sabbia arroventata e di violenza. Il Niger era una porta aperta, un corridoio lungo il quale tuonavano i fucili e acceleravano i pick-up. Il mar Mediterraneo rigurgitava di barche, di fragili gommoni e di cargo arrugginiti che portavano la gente via dall'Africa e verso l'Europa.

A tanti della mia generazione quell'ondata di speranza e disperazione, quell'ondata di possibilità e di catastrofi venuta da lontano ha cambiato la vita. Da volontaria a tirocinante, da tirocinante ad assunta, mi sono trovata a fare l'operatrice legale per i richiedenti asilo. Ad accogliere persone ancora coperte di sale, a spiegare cos'è un documento, ad ascoltare le loro storie.

Sono passati più di quattro anni da allora, quattro anni in cui ho riso, pianto, ho avuto paura, ho contato sulle dita, ho parlato il francese, ho cullato i bambini, ho ascoltato cose che non si possono ascoltare, milioni di parole in migliaia di lingue, migliaia di illusioni e milioni di speranze.

E intanto? Intanto ero sola, e a Trento. I miei compagni di università, uccelli migratori, avevano continuato il loro volo verso porti più fecondi, siamo sempre gli immigrati di qualcuno. Il mio fidanzato non era più mio, e neanche più tanto un fidanzato. E allora che è successo? Sono uscita dal lavoro, con le spalle curve e dritte. E mi è capitato di alzare la testa, e ho visto le montagne. E da lì sono cominciate tutte le grane, amici miei.

Queste sono le grane che vi voglio raccontare. Da qui in avanti leggerete di amiche, di scalate, di giornate sulla neve e giornate dentro i laghi, di montanari e di orti, di boschi e di radure. Leggerete, insomma, di come una ragazza di città è salita in montagna. Passo dopo passo, giorno dopo giorno, anno con anno. È stata una salita lunga e ancora non si è conclusa, la strada della Principiante verso la vetta. Una strada che si fa fuori, con i piedi che spingono il sentiero. Una strada che si fa dentro, dove la montagna affonda senza suono, a congelare il timore, a far franare l'incertezza. A far nascere nuovi fiori.