Che poi, nella vita, ci sono anche quelli che non hanno paura delle vie e dell'alpinismo vero. Anzi, scalare nella bassa valle, sulle falesie tutte pulite, con gli spit attaccati alle pareti, gli fa schifo. Gli fa schifo anche svegliarsi tardi, non soffrire il freddo, camminare poco, piazzarsi sotto un muro bello al sole, bere la birra.

Ok, forse la birra gli piace. Ma tutto il resto, assolutamente no. Sono il popolo delle montagne, loro, no? Mica quello della scarpata dietro casa.

Ah, gli alpinisti! A noi gente Principiante, ci fanno sempre una grande impressione. Prima di conoscerli, quando pensi a questi figuri, ti immagini personaggi leggendari. Dèi della montagna. Uomini dalle barbe fluenti, donne alte e indurite dal vento, occhi di ghiaccio, mani segnate da candide cicatrici, sguardi remoti che si perdono nella lontanaza. Anche io me li figuavo così. Sobri, mistici, silenziosi. Una specie di incrocio tra Reinhold Messner e Aragorn figlio di Arathorn, per intenderci. Di quelli che, quando ti raccontano le loro gesta, si fa automaticamente buio tutto intorno, cantano i gufi e sfavillano le fiamme di un falò, anche se siete in fila al paninaro dell'autogrill di Roncobilaccio.

Ecco. Poi li incontri.

Di Mastro Sensei vi ho già parlato. Certo, per chi la conosce, Mastro Sensei è un grande maestro zen, saggia e esperta. Ma bisogna ammettere che, a prima vista, serve un po' di fantasia a rivedere l'antico dio della montagna in questa ragazza in jeans che dice al barista "Io prende una Coca-cola e un cappuccino". Non che a sentire le storie di Mastro Sensei non ti si ghiacci il sangue nelle vene, ma parte della retorica romantica dell'alpinista va giù dal gabinetto quando racconta "Poi c'era quest'uomo con due cani cariniiiiiiii! Piccoli gomitoli di lana, eh? Lui è nel bivacco con i suoi cani, io vado sola sulla montagna ma un po' più difficile di come penso, roccia marcia, cambio strada, perdo traccia, cadono sassi in testa, mi taglio con sassi che mi cadono in testa, sangue sulla faccia, ritrovo strada e vedo cane piccolo, ma proprio bello, eh? Mi chino, prendo in braccio, morbido, mi lecca, carino! Forse voleva leccare il sangue in realtà... Così torno in rifugio con cane carinoooo!".

Perché insomma, chi se ne frega se Mastro Sensei ha appena aperto una nuova via in solitaria sulle Pale di San Martino, il succo di questa storia è che il cane era morbido. Il sobrio alpinista-feticcio della mia fantasia scuote il capo inghirlandato di brina, con sconcerto.

E non finisce qui. Mastro Sensei non è neanche la più bizzarra, tra gli alpinisti che conosco. Tutti, ma proprio tutti hanno un lato inaspettato. La Variante, di cui vi ho già parlato, si conforma allo stereotipo per barba e avarizia di parole, ma poi spende i milioni in abitini tecnici da colori così sobri da far impallidire il guardaroba di Barbie. L'ho sentito, possa piovere per sempre sulla mia falesia preferita se non è vero, dire ad un amico di andare a sciare un po' più in là perché "con quei vestiti orrendi mi rovini la fotografia".

Disprezzo, che finge di odiare tutti, corre le maratone in quota e stacca persino i suoi border collie, ma poi rinuncia a pomeriggi di sole nei boschi per stare a casa a fare i biscotti a cuore per tutti i suoi amici. Poi li mette in piccoli sacchetti di stoffa, li porta alle cene e te li frombola sul tavolo senza una parola, perché ha paura che tu di accorga del suo affetto.

Ce n'è da rimanere sconcertati, a conoscerli, questi alpinisti. Se hai a cuore lo stereotipo del montanaro duro e puro c'è da scuotere la testa, da mettersi le mani nei capelli e persino da rovesciare il tavolo e andarsene, indispettiti.

Uno dei più forti alpinisti del mio gruppo scala tutto disinvolto sul marcio delle Dolomiti come un vero duro ma poi, al posto di bestemmiare, escalama"Perdirindina e poffarbacco". Un altro, per il quale quindici tiri di via sono una passeggiata, ama guardare video di gattini. Un terzo, maturo alpinista, che conosce il Trentino come le sue tasche e disprezza chiunque non sappia camminare nel bosco, ha una sconcertante passione per la birra corona col limone e lo spumante dolce da festa delle debuttanti.

Insomma, cosa voglio dire, nel raccontarvi questo? Voglio dire che ho visto gente scalare i quattromila e singhiozzare guardando Titanic. Gente che mi insulta perché sono una cittadina maldestra e senza manualità e poi si scola una pentola intera di maccheroni sulla pancia. Gente che dice di rifiutare i sentimenti perché in montagna non si parla di 'ste robe, e che poi limona con gli amici d'infanzia gridando "Ti voglio beneeee" ai concerti.

Perché sono una razza strana, gli alpinisti. Una strana razza che non teme l'altezza, non trema davanti alle rocce che cadono, non soffre il freddo. Ma fanno parte di una razza ancora più strana: quella degli esseri umani. Che hanno per vizio e per virtù quella di essere matti, intensi, complessi, imprevedibili. Ti spiazzano. Ti confondono. Se pensi di averli capiti, cambiano. Ti sorprendono. Ti innamorano. Perché non siamo dèi delle leggende antiche. Ma siamo bellissimi e fragili, ricchi di risa e paure e gioie, memorie, di sogni e di fatiche. Uomini e donne, amanti, amici e amiche.