Ancora montanari, ancora in quarantena, ancora più trentenni (ho compiuto gli anni), oggi vi racconto di come stiamo in casa da un nuovo punto di vista: quello del corpo.

Il corpo per uno scalatore è una cosa importante. Una macchina ben oliata a cui è richiesto, messo in conto il giusto apporto di benzina in pastasciutta e birra, di portarci senza proteste fino in vetta. Quanto ci irritiamo, quando s'azzarda a segnalare un guasto! Quanto siamo bravi a ignorare spie arancioni che lampeggiano sul cruscotto, dita che bruciano, sirene d'emergenza, spalle bloccate. Quando poi a volte la carrozzeria si scassa, la marmitta crolla in strada o si smonta qualche ruota, ognuno reagisce a modo suo: c'è chi diventa l'imperatore della lagna, chi perseguita ogni singola figura medica e paramedica, chi si cura a impiastri di ortica e bestemmie, chi continua a negare l'evidenza nastrando estremità, steccando giunture, fasciando arti ed andando a scalare lo stesso.

Ovviamente, c'è anche chi della macchina si prende cura. Sempre più spesso, qualche professionista medico studia gli scalatori e tenta, in maniera più o meno disperata, di convincerli a curarsi di sé stessi. E riscuotono anche un discreto successo. Sono stata a un incontro tenuto da un fisioterapista nella mia palestra boulder più partecipato di un concerto di Jovanotti. Metà della gente in platea non stava seduta in silenzio tanto a lungo dall'esame di terza media e dopo dieci minuti hanno stappato delle birre. Però ascoltavamo tutti, eh.

Adesso che gli scalatori e gli alpinisti sono a casa, con il loro corpo però non sanno più che farci. C'è un limite di trazioni che le spalle possano sooportare. Certo, la gente sta diventando creativa. Ho amici che sono passati, dopo aver completato sessioni da 80 di addominali, a riscoprire le gioie del salto alla corda. Omaccioni che si allenano in coreografie complesse di balzelli che neanche le tredicenni nel cortile alla scuola media. Amiche che passano ore a fare esercizi per il pavimento pelvico. Conoscenti che hanno rubato ai nonni la ciclette. Oggi ho visto, e non è uno scherzo, un video su YouTube di un tizio che risolveva tre cubi di Rubik facendo "plank" sospeso sugli avambracci.

Perché in un modo o nell'altro, al montanaro non manca solo la montagna. Che sia uno scalatore, un ciclista o un amante del triatlon estremo in vetta, il montanaro è uno che la sua macchina ben oliata, sempre tanto data per scontata, ha un disperato bisogno di farla correre. Di farla sgasare. Di portalrla in giro. Di starci starci dentro.

A tutti noi, adesso, non ci manca solo stare nella montagna. Ci manca anche stare dentro al nostro corpo. Ci manca quel guizzo di allegria che sale dai muscoli tesi. L'estasi del battito che preme dentro le vene. Quel corpo che usiamo senza conoscere, che mettiamo al lavoro senza pagargli il conto, a cui parliamo senza mai ascoltare, è stare insieme con lui che ci manca da morire. Sdraiati sopra al divano, dietro ai fornelli, annoiati o magari contenti, allegri o magari un po' mogi, siamo comunque in ogni momento avvelenati da quella lieve, taciuta nostalgia. Perché non è la stessa cosa, se non si fa fatica. Perché non è la stessa cosa se non si fa attenzione. Se non importa dove ho la mano, o in che posizione è il piede. Se posso avere gli addominali rilassati, se non c'è ragione per cui spinga sul polpaccio. È come se, se non lo muovo, non lo abbraccio. Se non lo muovo, non ne sento il cinguettio. Se non lo muovo, non lo sento mio.

Il nostro corpo vuole il nostro sguardo. La nostra attenzione, il nostro affetto. Non è una macchina, è un tempio. Non è un servitore, è un re. Ce ne accorgiamo adesso che non possiamo giocarci, quanto ci manca quel legame che neanche sappiamo d'avere.

Io non sono tanto creativa e ho la fortuna di avere un modo piuttosto comune di stare col mio corpo: fare yoga. Male ovviamente, da Principiante come sempre. Non è come scalare. Ho cominciato quando ero ferma e, sempre, quando posso scalare finisco per scordarmelo. Lo lascio da parte, come una seconda scelta, per i momenti morti, i giorni di pioggia, le settimane in cui mi sono fatta male. Eppure, in questo modo, è diventato una specie di rifugio. Il posto in cui ti apparti, quando le cose vanno poco bene. Il modo che hai di coccolarti, quando ti senti troppo stanco per giocare.

In questa quarantena, il mio yoga rifugio mi sta tenendo savia. Più vicina a quel corpo di cui ho così bisogno. In posizioni fatte male ed equilibri che perdo di continuo, parlo col corpo come sulla roccia e ascolto come a un passo dal rinvio. Il fiato che scende in fondo, la punta del piede che ruota, s'impietrice il quadricipite, s'allunga il trapezio.

Spero che abbiate trovato tutti quanti un vostro linguaggio propizio. Un modo per dialogare con le vostre membra in questi giorni di fermo. Perché non sono i muri, le finestre, i divani, i piatti, le padelle. L'unico vero modo di stare a casa è lì, dentro alla nostra pelle.