Oggi vi parlo della mia prima avventura in montagna. E no, non si è trattato di arrampicata. Si è trattato di una ferrata.

Una ferrata è un sentiero di montagna attrezzato con cordini di ferro a cui assicurarsi con moschettoni e imbrago. Sono escursioni abbastanza facili in posti stupendi. Lo svantaggio è che sono infestate da un animale chiamato Prussiano Vacanziero, una bestia che predilige i mesi estivi per migrare in territorio trentino. Il Prussiano normalmente è grosso, sorridente ed entusiasta del panorama. In base a qual è il tuo branco, quando sei su una ferrata puoi star certo che troverai un gregge di Prussiani di tipo opposto. Sei un lesto montanaro piedefermo, ti imbatterai in una carovana piena di neonati dentro agli zaini, ragazzini che prosciugano succhi di frutta con risucchi fragorosi e qualche bonaria signora che ti butta in testa sassi camminando sul sentiero, sporgendosi poi a sorriderti in cerca di perdono. Se sei un lento montanaro part-time, che è andato a fare una ferrata facile perché non vuole scocciature, dietro di te si incolonnerà con grugniti d'impazienza una fila di agguerritissimi guerrieri teutonici, uomini sudati e truci come vichinghi di ritorno da un massacro e donne ferocissime avvolte in tutine tecniche dai colori smaglianti come insegne di guerra.

Malgrado questi piccoli svantaggi, fare le ferrate È DIVERTENTE. Pensate che tanti scalatori le snobbano come un vergognoso passatempo da cittadini per poi andarci alla chetichella la domenica con la morosa e gli amici, minacciando chiunque faccia foto che provino la loro partecipazione. Perché sono DIVERTENTI.

Quella volta, sulle Bocchette Centrali del Brenta, eravamo sette donne e un uomo. Con la sua altitudine di 2500 metri e un buon avvicinamento, era descritta come una ferrata mediamente impegnativa. Gamba, tra le più preparate della spedizione, una settimana prima della partenza mi chiede: "Quante ferrate hai fatto, prima di questa?" Io la guardo con gli occhi di Bambi e un sorrisone: "È la prima!". Gamba si nasconde la faccia tra le mani. Così scopro che forse sarebbe il caso che imparassi ad aprire i moschettoni con una mano sola, prima di doverlo fare a 2.500 metri e con una coda di tedeschi imbufaliti dietro al sedere (incontrarli è un fatto. Tanto vale metterlo in conto). Pazientemente, Gamba mi porta a fare una ferratina facile, il giorno prima di partire, in tutta fretta. Nella valle del Rio Sallagoni io scivolo sui gradini delle scalette, scivolo sulla roccia, scivolo da ferma sul sentiero, mi do in testa un moschettone, lo do su una mano a Gamba, continuo a strepitare "Guarda che bellooooo! Sembra il Bangladesh!!!". Alla fine, Gamba stabilisce che sono pronta e che andrà tutto bene.

Partiamo sotto un diluvio torrenziale. Dopo mezz'ora, due ragazze si fermano al primo rifugio per mangiare. Dopo tre quarti d'ora un'altra comincia a lamentarsi e la terza dà segni di cedimento. Continuiamo ad inerpicarci nella nebbia che nasconde cascate d'acqua che ci piombano in testa a tradimento. Ci disperdiamo, arriviamo in rifugio in cinque ondate separate. Quando arrivano le ultime i reggiseni e le mutandine delle prime hanno già finito di asciugarsi, merlettati tutti intorno alla stufa per lo sgomento degli altri avventori.

Il pomeriggio la tempesta passa e si apre una vista mozzafiato su un eden di roccia bianca e cielo. Camminiamo come in sogno in una valletta di ghiaia lunare e sassi d'argento. La sera mangiamo e ridiamo, andiamo a dormire perché la sveglia suonerà presto. Dobbiamo fare la ferrata e scendere, ci siamo date 10 ore di tempo anche se di solito ne bastano cinque perché, se abbiamo un pregio, è quello di non sopravvalutarci.

La mattina ci svegliamo nel gelo grigio che precede l'alba. Aspirina mi guarda con gli occhi grandi grandi nella penombra davanti al rifugio: "Hai paura?" chiede. "Sì" rispondo. Una strana ansia da ignoto mi morde lo stomaco, i pinnacoli affilati del Brenta nascondono il sole e mi sento molto giovane, fragile, una ragazzina naufragata su un pianeta freddo e lontano. Avanziamo in silenzio su quella luna dolomitica. Poi ecco l'attacco, ecco il cordino, ecco i primi gradoni da salire. Da lì in poi, è tutta meraviglia. Il Brenta fiorisce di luce come un giglio d'alba. Il cielo è senza fine e sembra di caderci dentro verso l'alto. La roccia è chiara e ruvida come pelle d'una bestia antica. Saliamo nella gloria del sole, tra lame di pietra. Non c'è fatica, non c'è paura, solo il lavorio delle mani che staccano i moschettoni e delle gambe che spingono in basso la traccia. Cammino slegata lungo sentieri come tagli lungo le guance della montagna. Cammino legata su cenge sottili a picco su voragini di roccia candida e sole. Si alzano brandelli di nubi, avvolgono il dito del Campanil Basso, la punta che tutte vorremmo scalare. Da questo sogno nascono altri sogni, da questa avventura nuove avventure, il Brenta impasta destinazioni e piani in un composto di montagne e desiderio.

È così che ti entra sotto la pelle, una catena montuosa. Con sprazzi di cielo e tagli di roccia e raggi di sole e panorami. È così che ti innamora, una catena montuosa. Che quando scendi, lasci lassù una parte di te di cui ogni giorno sentirai la mancanza. Una parte di te che, mentre cammini a valle, già sai che tornerai a trovare molto presto.

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