Oggi vi parlo di posti speciali. Quei posti in cui ti rifugi quando piove. Quando è buio e non si può andare nel bosco. Quando a lavoro hai avuto una giornata storta e vuoi solo cancellare tutto. Quando non hai tempo ma hai bisogno. No, non sono le pizzerie. Sono le palestre di arrampicata.

Io ho imparato a scalare con la corda, in una palestra grande come una cattedrale di cui ho già parlato (ciao SanbàPolis, ti voglio bene!). Ma con il tempo, con il branco che aumenta, con la voglia di stare insieme, abbiamo anche scoperto il boulder. Quell'arrampicata piccolina di cui vi scrivevo qualche post fa, che fa paura lo stesso e ha ancora meno senso, ma è bellissima lo stesso. Il boulder, come l'arrampicata con la corda, è bello fuori, nel bosco, sulla pietra. Ma visto che io e i miei amici a volte siamo pigri, che alcuni di noi lavorano fino a tardi e che (non neghiamolo) abbiamo una malsana passione per la plastica colorata, capita spesso che ci si alleni in palestra. E con il tempo, capita che la palestra diventi un posto speciale. In cui c'è pieno di amici di cui sai solo i soprannomi. In cui vuoi bene a tutti ma non sai che diamine di lavoro facciano, quanti anni abbiano, cosa abbiano studiato, di dove siano. In cui sorridi anche se odi le persone. In cui parli anche se non ti piace parlare. In cui quelli che ci incontri per qualche ragione diventano subito la tua gente. Capita anche a voi, di aver fatto il nido dentro a un posto? Una tana che condividi con piacere, dove non vedi l'ora di tornare, che ti aspetta alla fine della giornata? Capita anche a voi, di aver preso residenza dentro a una palestra di arrampicata?

La tana del mio branco è a Rovereto e si chiama Block Tre. Appartiene a due ragazzi che tracciano blocchi da paura e hanno la mania delle pulizie, tanto che a portarci la Bestia un poco mi dispiace. Quando è bel tempo, portano la gente a scalare fuori, segno che oltre che bravi, sono anche un po' votati al martirio. Con tutto il lavoro che ci fanno, ritengono che la palestra appartenga a loro. E invece noi siam convinti che appartenga a noi: il popolo di quel luogo. Il branco di quella tana. Quelli che arrivano a tutte le ore e non se ne vanno mai. Quelli che vogliono scalare sulla plastica anche quando c'è il sole. Che gridano, bestemmiano, ridono e cadono. Che entrano come se fossero i padroni ed escono minacciando di tornare presto.

Io e il mio branco entriamo di solito intorno alle sette in settimana, all'apertura nei weekend. Siamo tanti, rumorosi e puzziamo ancora prima di cominciare. Ciascuno ha i suoi rituali per prepararsi alla scalata. Mastro Sensei procede con un riscaldamento vigoroso a metà tra la lievitazione yoga e l'allenamento militare dell'Armata Rossa. Aspirina chiacchiera mentre rotea i polsi. La Bestia tira svogliatamente un elastico per ventidue secondi e poi inizia a smaniare per provare i blocchi duri. Io faccio piegamenti per la perplessità di tutti i presenti ma oh, gente, mai preso uno strappo agli addominali su un tetto? Fa male.

Dopo il riscaldamento viene il momento di scalare e corriamo tutti contenti nella sala dei giochi. Lì Mastro Sensei si appende su tutti i tetti della palestra in rapida successione, umiliando i maschi palestrati. La Bestia tenta i suoi blocchi ragionando e usando un po' di tecnica e poi, in caso di insuccesso, tirandosi brutalmente su come un gibbone senza piedi. La Principiante cade dall'alto urlando ogni volta come una Banshee e congelando il sangue nelle vene a tutti quanti.

Il tempo passa in un battibaleno. Il tempo passa come non fa mai, altrove. Come faceva solo molto tempo fa. Quando eravamo bambini, chiusi con un amico in una stanza. Quando giocavamo a qualche nuovo gioco silenzioso, le teste chine, le schiene arcuate, gli occhi attenti, le mani che costruivano, smantellavano, premevano, portavano, provavano. Allora sembrava fermarsi l'orologio, il mondo fuori tratteneva il fiato, i grandi si perdevano in chiacchiere, a noi non importava più nient'altro. Quando venivano a chiamarci, che noi o il nostro amico dovevamo andare, alzavamo uno sguardo stralunato, come di chi sia sia appena svegliato, e saremmo stati pronti a giurare che non era possibile, non potevano essere passate quattro ore.

Il tempo è un grande ingannatore. Quando cresci impari a maneggiarlo, quando sei piccolo lo sai solo godere. Un tempo pensavo che non sarebbero tornati più, pomeriggi tanto belli come quelli. Che crescere significasse uscire da un giardino, e che il tempo diventava un coinquilino alla cui presenza non si poteva più sfuggire. Che errore! Scalando ho scoperto con stupore  che la chiave per godersi il tempo non è essere bambini, ma fare quello che si fa da bambini, ossia giocare. Non è l'infanzia che sconfigge il tempo, è il gioco a farlo. Basta giocare per scordare il resto. Basta giocare per vincere il tempo. Basta giocare per essere liberi.

E allora grazie. Grazie piccolo nido di plastica oltre la cui porta  il mondo esterno scompare. Dove cui i pensieri non riescono a seguirti. Dove stai dentro una navicella spaziale, a giocare per ore ed ore al tuo gioco incantato. Che bello, giocare con gli amici. Bastan quattro mura e un po' di plastica per essere felici.