Quello di oggi è un articolo un po' particolare, scritto a quattro mani con il Dottor Kelios Bonetti, che ne sa un sacco di malanni degli scalatori (lo trovate anche sul gruppo e la pagina Facebook). E infatti oggi vi parliamo di infortuni. Eh sì. Quella brutta roba lì. Ma non preoccupatevi. Perché la scienza del dottor Kelios e la tonteria della Principiante sono qui per aiutarvi (forse).

L’infortunio è un momento indimenticabile e irripetibile perché non ci sono due infortuni uguali. Le cause, sempre fortuite, sono molto varie: carichi eccessivi, riscaldamenti carenti, appoggi unti, prese spigolose, gravità aumentata... Avete presente quell'istante in cui i vostri ottanta chili di muscoli, birra e pasta al pomodoro finiscono tutti appesi al vostro dito medio che è l'unico che ha beccato la parte buona della presa? Ecco. Da quel momento indimenticabile e (forse) irripetibile, si deve gestire l’infortunio. Ognuno lo fa a modo suo, mediando tra i propri sintomi e la voglia di arrampicare, il corpo che ogni volta che ti muovi ti grida 'cosa parampampoli fai idiotaaaa?' e i consigli del branco di arrampicata, della Morosa o del Moroso di Montagna che ti esorta a scalarci su che magari non è niente.

GIORNO UNO

Dottor Kelios Bonetti: quando durante un allenamento o un’arrampicata insorge un dolore improvviso magari accompagnato da un rumore sinistro non è un bene proseguire l’arrampicata (ma spesso non lo è neppure chiamare l’elicottero). Sarebbe meglio mettere a riposo la parte dolente, magari dedicare la seduta allo stretching, o all’abilità in cui siamo carenti. Infatti se c’è una lesione proseguire con il carico può renderla più ampia. La cosa migliore è fermarsi e applicare ghiaccio (vedi il video l’utilizzo del ghiaccio nel climber), quasi in ogni palestra c’è la birra ghiacciata, e quindi c’è anche il ghiaccio per fortuna.

La Principiante: è successo. Ti sei trazionato alla disperata su una tacchetta spaccatendini, sei crollato a peso morto su una povera caviglia, o magari ti sei spenzolato come Tarzan per mezz'ora sullo stesso passaggio e ora non riesci neanche ad alzare la mano. È successo e ora che fai? Accetti la birra ghiacciata che il tuo amico ti offre e vai bravo bravo a sederti in un angolino? No ovviamente. Con lo sguardo fiero di Bruce Willis in Die Hard IV, fissi il blocco che non hai chiuso, afferri la birra, ingolli un sorso e torni alla carica. Maledetto tendine, te la faccio vedere io. Questo è solo l'inizio.

LA PRIMA SETTIMANA

Dottor Kelios Bonetti: La prima settimana può esser un periodo confortante, infatti non dimentichiamo che l’80% dei traumi, delle lesioni e delle infiammazioni in cui si incappa arrampicando si autorisolve in 3 settimane anche senza fare assolutamente nulla... Ovviamente non sempre accade, dipende da quanto è grave il problema e da cosa facciamo per aiutarci. Se il dolore a toccare o a muoversi permane, ovviamente non è una buona idea caricare la parte dolente. Si può anche andare in palestra e non arrampicare, ma allenare le lacune che tutti abbiamo: flessibilità, core, reattività, allenamenti in scarico selettivo, allenamento videomotorio. Un buon coach ovviamente è di grande aiuto perché sa in cosa siamo carenti e come migliorare quelle parti. Però la vera domanda che dobbiamo porci è: "Se vado in palestra riuscirò a non provare quel nuovo blocco fantastico che ha appena tracciato il mio amico?"

Gli antinfiammatori e gli antidolorifici, anche se Aspirina potrebbe pensarla diversamente, non sono una buona idea in questa fase, perché riducono la percezione del dolore facendoci caricare di più, inoltre gli antinfiammatori bloccano l’infiammazione che invece è utile per la riparazione (vedi l’infiammazione nel climber). Il ghiaccio, un blando stretching sono una buona idea, mentre immobilizzare il dito raramente è una buona idea, perché non aiuta e può portare a una rigidità. Se non c’è stata una contusione, una distorsione o un brutto atterraggio è inutile andare al pronto soccorso.

La Principiante: ci hai scalato su, ci hai dormito su, fa ancora male. Che fare? Ascoltare la voce della ragione? Ovviamente no! Piuttosto, puoi adottare la pratica di Mastro Sensei, mia amica russa e grande alpinista, che dice "Ma dai, niente grave. Una volta, mezza congelata su montagna in Uzbekistan, mi hanno detto che se le dita sono buone, non si staccano. Se si staccano significa che non tanto buone!". Chi vorrebbe parti del corpo scadenti, in fondo? Altra opzione è l'approccio del moroso la Bestia: negare, negare sempre. Tu: "Bestia, hai un dito color puffo...". Lui: "Va là". Tu: "Bestia, è tre volte più grande di quello dell'altra mano." Lui: "No". Tu: "Bestia, pulsa come il timer di un ordigno nucleare. Tra un po' esplode." Lui: "Sto una favola". Etc.

Se tutti questi approcci falliscono niente paura,  c'è una soluzione: il NASTRO! Questo incredibile ritrovato della scienza è notoriamente la più grande invenzione medica dopo la penicillina. Con il nastro si curano i traumi, le infezioni, le malattie genetiche e anche la poca voglia di alzarsi dal letto la mattina. Lo scalatore e la scalatrice infortunati si nastrano e via, si va ad insegnare ai recettori del dolore chi è che comanda.

LA SECONDA SETTIMANA

Dottor Kelios Bonetti: nei casi meno lievi può esser un periodo sconfortante, perché ci si rende conto che la situazione non è da sottovalutare, ma ricordiamo sempre che l’80% si risolve in 3 settimane, meglio se con scarico e ghiaccio. Le creme all'arnica, l’argilla, le tecarterapie e i massaggi fatti a caso funzionano solo se i problemi guariscono da soli. Ovviamente anche qui vale quanto detto sopra per antinfiammatori e antidolorifici. Parliamo anche della grande panacea verticale il nastro o taping che dir si voglia. Innanzitutto chiediamoci "Perchè il nastro è così usato?" Perchè funziona, nel senso che fa sentire meno dolore, grazie all'attivazione del control gate. Questo però non sempre è un bene, infatti se carichiamo una struttura lesionata non miglioriamo la sua situazione ed è dimostrato che la nastratura nella maggior parte dei casi non sostiene le strutture anatomiche. In compenso a volte le comprime facendole infiammare.

La Principiante: ok, sono passati quattordici giorni e ancora non stai bene? Ma è perché non hai messo abbastanza nastro!! La Bestia da due dita incartate passa a quattro. Ha praticamente un guanto di nastro e schiaffeggia le prese invece di stringerle. Gamba dice che, se che le fa male la spalla, è solo perché non dorme bene. La Principiante, saltellando su una caviglia slogata, si ripromette di poggiare soltanto l'altro piede mentre scala. Su un'unica cosa sono tutti d'accordo: no andare dal medico! Poi ti dicono di non arrampicare!

LA TERZA SETTIMANA

Dottor Kelios Bonetti: è la settimana della disperazione. A questo punto anche il più ligio dei climber cede ai consigli dell’amico che aveva avuto un problema lievissimo  e dice che a lui è andato via arrampicandosi sopra. Invece se il sintomo persiste bisogna proseguire con lo scarico e il mantenimento della mobilità. Però se non ci sono segni di miglioramento è il momento di iniziare a preoccuparsi attivamente del problema. La cosa principale  è fare una diagnosi corretta, perché ogni problema ha una sua cura specifica e spesso ciò che va bene per un problema non è utile per un’altra causa o la aggrava. E’ come se la macchina non parte e proviamo a cambiare l’olio, sperando che la causa sia quello. Quindi dobbiamo rivolgerci al nostro medico per gli accertamenti o direttamente a un medico specialista in ortopedia e traumatologia. Fare gli accertamenti prima, in genere, è una perdita di tempo e di denaro, perché la maggior parte delle patologie è diagnosticata semplicemente con la visita e i test clinici, inoltre il radiologo, sia che si tratti di un'ecografia, una risonanza, o una tac, ha bisogno di un’indicazione diagnostica e di sapere che sonda usare, o se la rmn ha abbastanza tesla per essere utile.

Poi c'è sempre il rischio che il medico di turno chieda: “Ha arrampicato senza guanti?” o affermi: “Deve smettere per sempre di arrampicare!”. Purtroppo l’arrampicata è uno sport orfano ma per fortuna ci sono anche medici esperti in patologia arrampicatoria.

La Principiante: magari non sei così tonto come la Principiante e i suoi amici. Magari hai effettivamente smesso di arrampicare e hai fatto anche qualche altra cosa sensata tipo mettere il ghiaccio e non nastrarti. Ma ormai sono passati ventun giorni, hai la bava alla bocca, ti sogni la roccia anche quando ti si chiudono gli occhi davanti al computer, di notte riapri i canali di comunicazione chiusi con il Padreterno nel 1998 e gli beli disperatamente "Perché mi fai questo??? Cosa ti ho fatto???". Ovviamente, se sei invece tonto come loro, probabilmente stai ancora provando a scalare, ormai sui 5b perché "così almeno rimango in forma". Se poi sei la Bestia, il nastro ormai ti arriva alla spalla e la gente per strada ti prende per la Mummia e fugge. Cosa che, visto che le persone le odi, rappresenta un ulteriore motivo per amare il nastro.

DOPO IL PRIMO MESE

Dottor Kelios Bonetti: dopo il primo mese purtroppo se il problema non si è risolto si entra nella fase della cronicizzazione. E l’organismo non ha le risorse per risolvere il problema da solo. Si fanno strada le turbe metaboliche, si va verso la tendinosi e i rischi di rotture aumentano anche i sintomi si stabilizzano, magari con una certa attenuazione, ma senza risolversi (vedi l'infiammazione nel climber). A questo punto bisogna per forza fare una visita ortopedica, perché bisogna fare una diagnosi precisa e sottoporsi a dei trattamenti, per risolvere l’infiammazione cronicizzata e quindi non più in grado di risolvere il problema (è un discorso complesso e apparentemente contraddittorio, leggete “L’infiammazione nel climber” per capire bene). A questo punto gli antinfiammatori sono potenzialmente utili per questo, ma hanno bisogno di dosaggi e durate che rendono rischiosa l'assunzione per via orale, per cui sono molto utili diverse tecniche iniettive che riducono i dosaggi e gli effetti collaterali facendo agire i farmaci solo dove servono.

La Principiante: ok, a questo punto anche gli ossi più duri devono ammettere che qualcosina che non va c'è, se ti trascini dietro una gamba che pare la bara appesa alla caviglia di Django o se devi chiedere al tuo coinquilino di imboccarti il caffè la mattina perché non puoi sollevare il braccio destro. Ma guardati, sei un relitto e neanche hai trent'anni, staccati da quella corda, togli le scarpette e vai dal dottore, per la Madonna! Invece no, perché nel branco di arrampicata o su Youtube trovi sempre qualche rimedio creativo semi magico che ti ridona la grande speranza. E quindi via di argille misteriose, impiastri puzzolenti, scongiuri, sacrifici di piccoli animali e altre pratiche varie che dovrebbero per qualche fumosa magia ricostruire una struttura lesionata o infiammata.

DOPO IL TERZO MESE

Dottor Kelios Bonetti: il problema diventa difficile da risolvere. Ciò che non bisogna fare è sperare che passi da solo. Perché il problema non è il dolore, ma la sua causa, arrampicarci ignorandola non è ovviamente la soluzione, anzi può portare a lesioni più gravi e potenzialmente invalidanti.

La Principiante: va bene, hai fatto un sacco di cavolate. In fondo, sei una scalatrice o uno scalatore testardo, imprudente e assatanato di roccia. Ma dai, adesso che hai letto questo articolo, magari se ti fai male ti comporti meglio, che dici? Sii saggio. Non fare come me. Scrivo queste ultime righe con una contrattura che parte dalla chiappa destra, continua lungo la gamba e finisce probabilmente dalle parti di Reggio Calabria. Però stavolta prometto di fare la brava. Mi siedo su un pacco di piselli congelati e per qualche giorno salto la palestra. E se dovesse peggiorare, chiedo aiuto. Che per fortuna c'è, là fuori.

Oh. State bene tutti, eh. Non è che vi vogliamo portar sfiga.

P.S. Se avete qualche problema in corso, per avere un consiglio sensato scrivete pure gratuitamente al Dottor Kelios che risponde sempre a tutti [email protected]

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