Oggi vi parlo dei sentieri che attraversano i monti. Le montagne stanno tutt'intorno. Fino a quando non alzi lo sguardo, non le vedi. Fino a quando non le vedi, non le sogni. Fino a quando non le sogni, non ci vai. Fino a quando non ci vai, non sei dannato a tornarci.

E allora com'è che la Principiante è finita a camminare sopra le montagne? Certo in parte è a causa del fatto che ero diventata un orangotango. Cioè, che ero un più propensa a sporcarmi, che la fatica cominciava a non farmi più così paura, che mi era toccato, per andare a scalare, di destinare il mio budget per profumi e creme all'acquisto di vestiti da battaglia. Insomma, ero sulla buona strada ma a farmi fare il salto sono state, ancora una volta, le amiche.

Gamba, ovviamente, ama camminare in montagna. Mi ha iniziato lei e non è stato esattamente amore a prima vista. Bisogna anche dire che occorre essere già scivolati un bel po' giù dalla china del trekking, per apprezzare quel cavolo di Monte di Mezzocorona dove lei mi portava. Il Monte di Mezzocorona. Una specie di dente molare che spunta dalla valle dell'Adige, un po' ingiallito, un po' placcato di vegetazione. Il sentiero più battuto parte dai parcheggi e subito incontra la prima stazione di una Via Crucis: già comprendi che questa passeggiata sarà tutta gioia e godimento. Infatti, dopo quattro passi innocenti in piano, la traccia piega perfidamente a novanta gradi verso l'infinito e oltre. Con grande gentilezza, qualcuno ha disposto lungo la via dei gradini spacca cosce di una misura infame: troppo lunghi per una falcata, troppo corti per cambiare il piede che comanda. Così, per decine di minuti lo sventurato camminatore alto un metro e cinquanta zoppica verso l'alto spingendo solo sulla gamba destra, che diventa presto gonfia come un tacchino, trascinandosi dietro l'inutile sinistra. Intanto, sopra di te incombe una parete grigia quasi verticale. Gamba trilla, contenta: "Dobbiamo arrivare lassù!". Tu maledici il treno che ti ha portato a Trento, la sveglia che ti ha fatto alzare di mattina, tua mamma che ti ha messa al mondo e tutti i santi della via crucis, che se la stanno certamente ridendo alle tue spalle dalle loro casette di legno.

Allora, a dire la verità, la vista sulla vetta non è male. Ti si apre davanti la valle, l'Adige si snoda come un nastro di raso, i paesi prendono il sole ai tuoi piedi, la Paganella fende il vento vezzosa. Ma sono sempre 640 metri in poco più d'un ora, quindi a meno che tu non sia Gamba e gli amici suoi, il trauma della salita ti resta un po' indigesto. Certo, a dirla tutta, loro ci mettono mezz'ora a salire. Corrono verso l'alto, capito? C'è perfino una gara che ci fanno, contando quante volte uno riesca ad andare su in 24 ore. Quello che ha vinto, c'è salito più di 30 volte. Una dopo l'altra. Peggio dei guidatori dell'autobus. 30 volte avanti e indietro per lo stesso tracciato. Da spararsi.

Be', di cosa vi stupite? L'ho già detto che i trentini sono strani. Ad ogni modo, a onor del vero, Gamba era una santa a portarmi in giro. Non avevo gli scarponi, non sapevo camminare, buttavo i piedi a caso e prendevo storte. Mi portava a Mezzocorona perché temeva che, se avesse scelto un sentiero più lungo, dopo un'oretta avrei cominciato a lagnarmi che avevo fame, sete, caldo, freddo e la pipì. Quindi grazie Gamba. Sei un'eroina. Grazie a te, quelli che mi hanno poi portato in montagna, hanno avuto vita più facile. Grazie a te, dal Monte di Mezzocorona ho finito per spiccare il volo.

Perché il problema, con le montagne, è che stanno tutt'intorno. Come dicevo prima, fino a quando non alzi lo sguardo, non le vedi. Fino a quando non le vedi, non le sogni. Fino a quando non le sogni, non ci vai. Fino a quando non ci vai, non sei dannato a tornarci.

Perché quando ci vai, non si torna indietro. Le montagne ti fanno un sortilegio. Bastano un paio di camminate e le montagne ti entrano sotto la pelle. Torni giù e già ricomincia il desiderio di salire. Sogni dei grandi prati, dei fiori azzurri stropicciati come camicette di allegre innamorate. Sogni del crinale che si avvicina, erba verde contro cielo azzurro. Fino a che non arrivi fino in cima, dove il panorama erompe e compare una catena di monti ad est, inghirlandati di neve, un lago d'argento luccicante a sud, una vallata in basso. Da giù, sale verso il cielo un respiro profondo, che ti attraversa i capelli. Dall'alto, cade il tuo sguardo oltre i velluto dei campi, dentro le gore umide conosciute solo alle bestie.

È così che, quando ritorni a valle, sei dannato. Torni a casa e vuoi già ricominciare. Se hai faticato lungo un'erta, ti dimentichi della fatica. Se eri stanco dopo una salita, dimentichi la stanchezza. Se hai avuto paura su un crinale esposto, una linea scoscesa tra bui precipizi, dimentichi la paura. Resta solo l'incanto, il sortilegio. Le montagne ti chiamano, la notte. Da dentro le vene, da dentro il sangue. Scorrono in cromosomi che non credevi di avere. Sussurrano una nenia ipnotica mentre stai dormendo. Vieni, ragazza, qui non sei ancora stata. Vieni a vedere che bello questo colle. Vieni a guardare da qui un altro orizzonte. Questa montagna non l'hai ancora camminata.

E così ti tocca andare. Andare a camminare anche lì su. Ho visto molte montagne, dopo il Monte di Mezzocorona. Molte ancora spero di vederne in futuro. Voglio dargli il mio tempo, alla montagna. Voglio dargli le mie ore, i miei passi, il mio respiro. Se finirà che gli ho dato la mia vita, vorrà dire che così doveva andare.