Oggi vi parlo di come ti cambia andare a scalare, anche solo in palestra. Come succede che, grazie a uno sport che si pratica sulla plastica, una finisce per diventare una principiante montanara? Il passaggio non è scontato, il motivo non è chiaro. Eppure capita a molti. Un piede su una presa di plastica, e si è perduti. Niente più vasche in centro, niente più pedicure. La conversione da donzelletta a orangotango è costante, inarrestabile, e neanche tanto graduale.

Tutto comincia con la singolare cura di bellezza che la palestra offre alle ragazze. Il primo step è un bel massaggio rinvigorente a cura degli spigoli, che dona parure di lividoni, tatuaggi di spellature e body painting di sangue secco un po' dappertutto. Particolarmente accudite sono le ginocchia, viola come quelle dei monelli alle elementari, e i gomiti, che assumono raffinate sfumature bluette. Anche la testa qualche volta si adorna di corna di bernoccoli. Dopo tale introduzione, il trattamento continua con un bagno all'essenza di sudore, da cui si esce fragranti come una squadra maschile di basket del liceo.

Il cuore della cura, però, è il fitness. Se vuoi modellare le tue forme sulla falsariga di quelle di un lottatore greco-romano in overdose da testosterone, basterà qualche mese a tirare le prese colorate. Le gambe s'ingrossano, il polpaccio resta nella norma ma dallo stinco emerge un muscolo dal nome sconosciuto, che finisce per farti esplodere gli stivali di pelle da cavallerizza. Le cosce e i fianchi rimangono più o meno indisturbati, mentre la vita si allarga trasformando il tuo torso da quello di Betty Boop a quello di Ken. Bello, eh? E non finisce qui. Le braccia s'induriscono, i bicipiti tirano le maniche a sbuffo delle camicette, quando ti fai la coda davanti a qualcuno, quello fugge pensando che sia in atto la trasformazione di Hulk. Ti crescono le costole sulla schiena. Costole di muscolo. I pettorali si gonfiano, separandoti le tette. Prima eri piatta come una tavola? Ora sei piatta come prima ma le tue tette sono distanti tipo gli occhi dei personaggi di Avatar. Ma il peggio è il deltoide. Io neanche lo sapevo cos'era, un deltoide. Ora il mio deltoide saluta i miei amici da lontano e mi incastro dentro agli ascensori.

Questa cosa del corpo che cambia non è mica banale. Io, per esempio, non sono abituata ai cambiamenti. In adolescenza, tutti crescevano tranne me. La mia mano ha la stessa dimensione di quando avevo undici anni. Mi metto ancora le All Star comprate al quinto anno delle elementari. L'ultimo centimetro l'ho preso nell'estate del 2002. Avevo poche certezze, ma ben radicate. Magretta e piccolina, stavo bene con i vestitini aderenti. Data la mia scarsa procacità, potevo permettermi qualche scollatura. Ora è un casino. È tutto da ripensare. Se mi metto un abito a fiori, sembro Rambo strizzato nei vestiti di sua sorella. Con un costume da bagno frufru, faccio paura ai pesci. Le maglie scollate mettono in mostra la fossa sul mio petto: non quella tra le tette, ma quella tra i pettorali.

Ah. Non venite a dirmi che scalare serve per dimagrire. Per asciugarsi, certo. Ma certo non per perder peso. Da quando ho cominciato a scalare ho preso quattro chili. Per non parlare delle mani di carta vetrata, delle dita tozze, delle unghie incurvate e smozzicate. E dei piedi. Sui piedi non dirò nulla. È un argomento troppo drammatico per approfondirlo. Questa trasformazione fisica ha un risvolto mentale. Se sembri Rambo, non ti vesti più da principessa. Se ti abitui a puzzare, non ti metti più il profumo. Se grondi sudore, non ti impiastricci di fondotinta. Se hai i piedi che meglio non parlarne, non ti metti i sandali col tacco. Niente più collane, che le perdo in palestra. Niente smalto, che tanto dura un giorno. Niente anelli, che non entran dalle dita.

Un disastro? Dipende. Perché intanto, mentre ti cambia il corpo, ti cambia anche quello che ci puoi fare, con lui. Dormi come un sasso. Corri, cammini, sali le scale. E non fai più fatica. Le lunghe passeggiate non ti fanno paura. Non ti fa paura salire su una scala, scavalcare un cancello, saltare un muretto. Sollevi valigie, sollevi biciclette, sollevi amici che si sono fatti male. Porti le borse della spesa, apri i barattoli di marmellata. Sì, vabbè, direte voi, ma chi se ne frega? Ci se ne frega, invece. Perché è bellissimo. È come aver comprato una macchina nuova che funziona alla perfezione e da cui non c'è bisogno di scendere mai. Dai un po' di gas, e parte di corsa. Scali di marcia e chiude i pugni. Giri il volante e salta, striscia, stringe, alza, fa tutto quello che vuoi! All'improvviso hai equilibrio, hai controllo, sai dove sei. Da una cosa da sopportare o da mostrare, il corpo diventa qualcosa su cui contare. Ti fidi. Ti affidi. È bravo, è forte, sa fare le cose. Con la fiducia ti cresce intorno una specie di stupore. Sono io questa? Davvero sono capace? Il corpo risponde sereno, sì, sei tu. Sei capace. Fai.

Per me è stata una seconda adolescenza. Guardarmi nello specchio e scoprirmi diversa, sconosciuta. Chiudere gli occhi e sentirmi nuova. Sentirmi utile. Ben affilata. Sentirmi stabile, ben calibrata. Non lì per compiacere qualche altro. Non per essere bella, o adeguata, o compiacente. Solo per essere comoda, efficace. Solo per esser lì tutta per me. E con tutta questa nuova utilità, ho cominciato a sentirmi più reale. Ben ancorata a terra, ben tesa verso il cielo. Unita come un mandala tibetano. Pensiero e corpo, un'unica materia. Pensiero e corpo, entrambi solo miei.