Oggi vi parlo di come ho iniziato ad arrampicare. Perché prima o poi dovevo farlo. Non che l'arrampicata sia l'unica cosa che si possa fare nelle montagne. Piuttosto è stata, per me, la prima. Il piede dentro alla porta che si schiude o il primo passo fuori dalla soglia di casa. Oltre quella porta, c'era la mia nuova casa. Fuori dalla soglia, c'era la mia nuova vita.

È andata che io e il mio ex moroso ci eravamo lasciati. Era luglio 2015, tutti i miei compagni di corso avevano lasciato Trento per scambi universitari, Erasmus e tirocini all'estero ed io, che avevo un lavoro da qualche mese, ero rimasta lì. Non ero sola, c'era Gamba. L'estate è passata in un lampo grazie a lei, che mi ha ospitata nella sua casa sul lago. Mi ha fatto nuotare e ballare e giocare coi cani, mi ha dato lo smalto, mi ha dato la crema solare. Mi ha preparato il pranzo e la cena, mi ha preparato bicchieri su bicchieri di mojito, ha sopportato quando scoppiavo a piangere e quando rotolavo ubriaca giù dai cavalcavia. Poi io e Gamba siamo andate in California. Per giorni abbiamo viaggiato, guidato lungo la costa, dormito nei motel, avuto incredibili avventure. Poi, con ancora qualche lacrima e un libro di poesie, ho preso un pullman e poi un aereo e poi un treno ed eccomi di nuovo a Trento, da sola davvero.

A conti fatti, quell'ottobre aveva pregi e difetti rispetto a luglio. La ferita d'amore era ben ricucita, ma la mia compagna d'avventure aveva proseguito a sud verso il Cile, i compagni di corso non erano tornati e al posto delle notti senza fine dell'estate, zeppe di musica e comete, ora c'erano giornate incerte d'autunno e le montagne che attendevano la neve. Il lavoro mi piaceva. Racconterò altrove di quella repubblica di ragazzini in cui i più vecchi avevano trent'anni e tutti insieme stavamo salvando il mondo a suon di coraggio, mani tese ai migranti e birre a poco prezzo la sera, per annegare il dolore di quelle storie che ci venivan raccontate. Malgrado tutto questo, qualcosa mancava. Non sapevo dove cercarlo. Ho cercato su internet scuole di canto, di recitazione e nuovi sport. Alla fine, mi sono iscritta a un corso principianti di arrampicata sportiva.

La palestra era enorme, alta come un capannone industriale, incrostata di prese colorate come un pandizucchero arcobaleno. Il maestro non parlava, aveva una faccia da indiano comanche e quel titolo che ispirava rispetto, Guida Alpina. Noi eravamo un branco raffazzonato di studenti, ragazzine e padri di famiglia. Ci ha messo dentro a degli imbraghi, legati con funi, spediti sopra i muri. La prima salita non me la ricordo. Il ricordo si è mischiato con quello di tante altre salite, poi. Non ricordo neanche la sensazione di quel primo giorno, o del giorno dopo, o della lezione successiva. Tutto quel periodo è nella memoria una marmellata intossicante di entusiasmo, gioia e sbalordimento. Una gelatina atomica che mi invischiava al lavoro, a pranzo, dappertutto. Una bottiglia di Coca-cola agitata tutta la settimana, che eruttava in schiuma non appena staccavo il piede da terra e puntavo verso il soffitto della palestra. Bastava farsi il nodo e infilarsi le scarpette da roccia, per far saltare il tappo.

Quei mesi sono stati una pena, oggettivamente. Io e i miei compagni di corso eravamo incapaci. Ci siamo messi l'imbrago al contrario, ci siamo legati i piedi nelle corde, abbiamo rischiato l'impiccagione, il volo del tacchino, la mossa del budino caduto per terra. Abbiamo sfiorato spesso l'omicidio preterintenzionale. Il nostro maestro, che chiamerò Lupo Senza Peso in virtù della sua assenza di gravità da pellerossa, saliva con le scarpe slacciate dove noi arrancavamo senza speranza. Da bravo trentino misantropo soffriva profondamente a darci indicazioni, perché per farlo gli toccava parlarci. Cercava di farlo il meno possibile e le sue spiegazioni suonavano più o meno così: "Dovete... no?" gran alzare e abbassare di sopracciglia. E noi, instupiditi: "No, cosa?". Con un sospiro, Lupo riprovava "Insomma... eh!" sguardo penetrante con cipiglio. "Eh?" bela la truppa, incerta. Il capitano approfondisce: "Ecco, così!" gesto deciso delle mani, privo di significati condivisi. Sospiro e sopracciglia inarcate speranzosamente "Capito?".

No. Non avevamo capito. Lui era bravissimo, intendiamoci. Un artista della scalata e aveva una gran pazienza. Ma noi eravamo senza speranza. E questo non ci scoraggiava affatto. Per lo meno, non a me. Tornavo a casa piena di lividi, contenta come una pasqua. La mia estetista mi chiedeva delicatamente se ci fosse qualcosa che non andava nella mia relazione e se volevo aiuto. Io una relazione non ce l'avevo e, comunque, andava tutto alla grande. Salivo le pareti di plastica. Lupo Senza Peso ci faceva fare prove di caduta. Ci obbligava a salire su una via troppo dura e a continuare fino a che non volavamo giù. La prima volta, in panico, afferro la corda sbagliata, quella che passa nel moschettone sotto di me. La afferro bella stretta. La corda si tende, scorre, mi taglia il palmo da parte a parte. Il sangue schizza sulla parete, sulle corde e sulla mia canottiera di Superman. Quando torno giù sorrido raggiante e la nascondo dietro la schiena. Se poi qualcuno la vede, magari non mi fanno più scalare, oggi.

Insomma, avete visto, non vi ho parlato dell'arrampicata nelle montagne. Quella, per me, ci son voluti sei mesi per poterla anche solo immaginare. Dell'arrampicata nelle montagne, che è la roba forte, quella bella davvero, vi parlo un'altra volta. Per ora devo essere sincera e dirvi che il mio amore per il bosco e il monte è nato nella polvere appiccicosa di una palestra piena di plastica e compensato. Perché è lì che ho scoperto quel gioco incredibile, quella danza potente, quella meditazione.

Io ero una ballerina, da piccola. L'arrampicata è la mia danza da adulta. Il tempo che si fa movimento. L'intenzione che si fa equilibrio. Le orecchie tese per captare ogni parola dei muscoli e dei nervi, i sussurri del bacino che ti dicono che devi inclinarti più a destra per bilanciare quella gamba troppo tesa. Le dita che bisbigliano che tengono, il braccio che assicura che lui c'è. È una danza muscolare, vigorosa. Un errore lo paghi con il vuoto sotto, la paura, lo schiocco della corda. Un errore costa di più che nella danza. Per questo non puoi permetterti di distrarti. Richiede concentrazione assoluta. È in questo che cominci a meditare. Sei presente in ogni istante in quel momento. Tutto il tuo essere lì, sul quel piano verticale. Un piede più in alto, le dita si serrano, respiro.

Non ho pretesa di spiegare cosa sia. Non sono certa di saperlo neanche io. Chi ne sa più di me, il grande alpinista e scalatore Manolo, dice che l'arrampicata è "un gesto, inutile ma perfetto". Una delle tante sublimazioni dell'arte, detta così. La sua è arte di certo. Le linee che ha tracciato con le mani, capolavori. La mia è più il disegno di un bambino, perso nel suo pomeriggio incantato, pieno di amici. Che possa il nostro pomeriggio non finire mai. Che il gesto che facciamo non si spezzi. Che si possa, insieme, arrampicare per sempre.