Da quando sono passata dalla pianura alle vette e dalle scarpe col tacco alle scarpette con la punta (di gomma), di cambiamenti ne ho fatti tanti. E come l'hanno presa, quelli di prima? Quelli che mi hanno visto per prima? Insomma, come l'hanno presa i miei genitori?

Bah. Insomma. Se dovessi riassumere, direi che l'hanno presa bene. Come in Bangladesh prendono bene il ciclone. Come nel medioevo i contadini prendevano bene quando il feudatario voleva andare a letto con le loro mogli. Come i trentini prendono bene i mercatini di Natale. Con filosofia. Con fatalismo. Con quell'atteggiamento da "non ha alcun senso, non mi sembra il modo migliore in cui potrebbero andare le cose ma, sai che c'è, il mondo è pieno di odiose assurdità, quindi è inutile lamentarsi".

All'inizio, ci hanno provato un po', ad avanzare qualche perplessità. Il mio povero papà cagliaritano e poeta, amante di musiche del sud e gran mangiate di pesce, si mostrava tipiedino alle mie estatiche cronache di arrancamenti nella neve, risalite di sassoni, conversazioni a base di grugniti. "Ma davvero vi svegliate alle cinque la domenica, per andare a risalire rocce?" Certo! "E sul serio vi palpate i bicipiti a vicenda?" Spesso! "E si parlano a rutti, eh?" E ci capiscono pure! "E cos'è che mangiate in tutte quelle ore in giro... muesli?" Sì, ma anche frutta secca e barrette e a volte cioccolata. "Ah ecco..." la sua voce svanisce in un silenzio di smarrimento e lieve disgusto, mentre addenta un panino con peperoni grigliati e milza, famosa specialità siciliana.

La mia placida mamma emiliana, che ha imparato dalla vita uno stoicismo degno di un filosofo greco, nascondeva meglio la confusione, sommergendo di "Che bello amore!!!" qualsiasi foto di me che le mandassi. Che bello amore, sei su un precipizio di duecento metri appesa a un cordino spesso come un dito! Che bello amore tu e i tuoi amici siete in cima a una montagna sotto la pioggia e i fulimini! Che bello amore, il tuo moroso sembra un incrocio tra un gibbone e Gengis Khan! Che bello amore, sei di nuovo tutta piena di fango! Ma è sangue quello che hai in faccia? Che bello amore!

Diciamo che io, per amore di figlia, ho comunque provveduto a risparmiar loro i racconti più macabri e gli avvenimenti più al cardiopalma. È una cosa che fanno tutti i figli, che le loro avventure riguardino le montagne, i bar di Trastevere o le periferie di Rio de Janeiro. Ma non proprio tutto è possibile schermare. Rimarrà nella storia la volta che, prendendo in mano il mio casco, mia mamma ha innocentemente domandato: "Ma com'è che c'è scritto il tuo nome dentro? Non avrai mica paura di confonderlo con quelli dei tuoi amici, saranno diversi no?". Facciamo un breve momento di silenzio per il mio cuore che mancava un battito mentre cercavo disperatamente una soluzione che non menzionasse ricerche del soccorso alpino. Ancora meglio è stato quando, in una visita a Bologna, sono stata portata in un famoso grande magazzino a fare scorta di pile a basso costo. Con in mano una giacchetta giallo evidenziatore, mia mamma storce il naso: "Ma poi perché devono essere tutti di colori così improbabili, questi vestiti da montagna? E come si fa ad abbinarli bene? Potrebbe mica esserci qualcosa di un po' più discreto, che so, un beige, un grigio, un verde bosco...". Quella volta sono stata più brava. Non ho detto: perché così, in caso, ti vedono dall'elicottero. Non ho detto neanche perché così non ti si confonde nella neve, o sulla roccia. Invece, con un rapidità che mai più mi ricapiterà e una faccia di suola di proporzioni epiche ho sorriso rilassata e zufolato serafica: "Perché così vieni meglio in fotografia".

La mia mamma veterofemminista vissuta attraverso gli anni di piombo ha alzato le sopracciglia, sospirato all'ennesima prova dell'idiozia della mia generazione, e sollevato un giacchetto fucsia flash.

Con questo blog, tra l'altro, tenerli all'oscuro del peggio è ormai diventato impossibile di default. Una brutale presa di coscienza della realtà è arrivata quando, cercando di spiegare a mio padre in visita a Trento che davvero non gli sarebbe piaciuto prendere in prestito le ciabatte della Bestia per una sera, ho ricevuto l'accorata risposta: "Lo so che non vi lavate. Lo sa tutta l'Italia che non vi lavate!".

E su questo ha senza dubbio esagerato. Sul fatto che lo sappia l'Italia, intendo, non sul non lavarsi.

Insomma, le vie del Signore (e delle signore, nel mio caso) sono infinite, e le mie mi hanno portato alla montagna. Spiegare perché ci sono arrivata non sono capace di farlo, né per i miei genitori né per nessun altro. Spiegare perché ci resto, invece, provo a farlo ogni giorno. Per i picchi abbaglianti, per i boschi profondi, per il sentiero che sale, per la vallata che affonda. Per la pietra che spumeggia come un'onda. Per l'estasi e la sete, per la fatica e la quiete. Ma tutto questo ormai, già lo sapete.

Che i genitori non capiscano è normale. Capita ogni volta che si cresce. Ti vedono partire in verticale, verso un nuovo luogo che non ha nulla di uguale a quello vecchio. Non c'è nulla di male a soprendersi. Per riconoscersi, basterà l'amore. Per il resto, è bene tenersi in contatto, guardarsi ogni tanto, farsi un sorriso. Darsi un segnale. Va tutto bene quassù dove cammino. Mi sono svegliata di nuovo felice, questo mattino.