Oggi vi racconto di un luogo reale ma incantato. Tutti ce li hanno i loro posti speciali, no? Quelli dove ogni volta che vai, splende il sole. Dove non succedono le cose brutte. Dove tutti i ricordi sono bei ricordi. Il mio è un giardino. Un giardino grande come un piccolo comune. E questo comune è Arco.

A prima vista, Arco sembra una cittadina satolla, dall'animo politico destrorso, spesso impaccata di turisti, costosa, noiosa, provinciale, assolutamente nulla di speciale. E invece, è speciale un bel po'. Prima di tutto, è un posto per scalatori. Per quanto non si direbbe per architettura e aspetto, il vezzoso paesone è assediato dai barbari. Le sue signore imbellettate si fanno largo per strada tra turbe di gente malvestita e puzzolente. I suoi bar sono assaltati da giovinastri squattrinati che mangiano solo pizza, tedeschi coperti di terra, olandesi con le foglie nei capelli e altri stranieri provenienti da chissà dove, che mimano gesti d'arrampicata schizzando mota e sudore sui passanti. Gente sfinita biascica pane e salame stesa sui gradini della chiesa. Lungo i viali pedonali acciottolati risuona clangor di ferri da roccia. Il profumo dei fiori d'arancio combatte con la puzza dei branchi gitani che olezzano al sole. Le poche boutique di abitini da sera spariscono nella schiera di negozi di alpinismo che sembra aver invaso la città. Ad Arco è più facile comprare un rinvio che un filone di pane.

Ma come è capitata, questa cosa? Perché un'aristocratica cittadina dotata di fontane con spruzzi ed un castello è diventata luogo di ritrovo per una tale e siffatta massa di gentaglia?

Prima di tutto, Arco è bella. E gli scalatori, per quanto puzzolenti, c'hanno occhio. Sorge in un'incredibile ansa del Trentino dove il clima è benedetto dal calore e il cielo resta sempre blu. Si scala sempre perché c'è sempre il sole. La terra nera è calda anche d'inverno. E poi, ad Arco crescono gli ulivi. La corteccia nodosa, lavorando negli anni, stringe nodi su nodi di legno dentro i tronchi. Le foglie di lancia, argentate come pesci, battono la coda nel vento tiepido. Nell'aria sospira sempre una strana brezza, come di mare. I monti impervi hanno lasciato il passo a dolci colline, al verde del prato punteggiato dai bianchi fiori d'achillea.

Arco è un posto portentoso. Lì il tempo sembra scorrere a ritroso. L'autunno è ancora estate, l'inverno è settembrino, ma la primavera è sempre primavera. In ogni stagione si scala, in ogni stagione si cammina, in ogni stagione ci si stende sotto gli ulivi, a leggere un libro o a guardare il cielo. E ti sembra di stare dentro una storia antica, dove ci sono fauni nei fiumi e ninfe dentro i laghi, o forse Adamo ed Eva che smarriti, di certo non si possono coprire molto, con le foglie d'ulivo.

Arco è un posto famoso. Amato un po' da tutti quelli che amano star fuori, pista per biciclette e rampa di lancio per base jumpers, è però soprattutto un posto mitico per l'arrampicata. Perché è ad Arco e intorno ad Arco che, negli anni 80, hanno cominciato a scalare quei ragazzi che sarebbero diventati leggenda: Maurizio "Manolo" Zanolla, Heinz Mariacher, Luisa Iovane e Roberto Bassi. Quello che io so di questi ragazzi l'ho letto sui libri e quello che ho letto mi è rimasto dentro ed è rimasto fuori: sulle rocce, sul prato, nel cielo di Arco. È questo che chiama ad Arco gli scalatori. Il paesaggio si è dipinto delle gesta di questo gruppo di giovani girovaghi e emaciati, che mangiavano poco e scalavano sempre, che inventavano un nuovo gioco su pareti corte e dure, mandando al diavolo l'alpinismo d'alta quota, sostituendo con scarpette gommose gli scarponi, mettendo le mani sulla roccia e nella roccia, danzando sopra il calcare. Quanti di noi possono passeggiare nelle stesse strade in cui han camminato i loro maestri e i loro maghi?

Da allora, ad Arco è nata una magica alchimia. Il calcare abbagliante, le falesie maestose, il bosco vibrante non bastano a spiegare perché vogliamo andarci. Vogliamo andarci perché ad Arco sono capitate cose. Si sono scalate lì, per la prima volta, le facce di roccia che ci piacciono tanto. È lì che c'è stata una delle prime gare internazionali di arrampicata d'Italia, nel 1987. È lì che ogni anno tornano gli scalatori più forti del mondo e scalano, mangiano il gelato, si buttano nel fiume, si stendono sotto gli ulivi. Vogliamo andarci perché ci capitano cose. Vogliamo andarci perché capitino anche a noi. Perché ci vanno quelli a cui capitano le cose che vogliamo che ci capitino. Vogliamo andarci perché quelle cose ci capitino insieme.

Ma Arco non è solo un luogo di mito e di mitomania. Ci andiamo anche quando non ci va nessuno. Ci andiamo anche se piove, anche se non scaliamo. Ci andiamo perché ci sentiamo a casa. Perché in qualche modo a causa delle cose che ci capitano e ci sono capitate, quel posto è diventato nostro. Un posto speciale, un posto di fiaba, in cui però basta parcheggiare per fermarsi. Un posto incantato, una cittadina bella come un gioiello sotto un castello protetto dagli ulivi. Un posto che sarebbe stupendo per tutti ma, vista la sua storia, ora è stupendo soprattutto per noi. C'abbiamo ricordi, laggiù. Ricordi nostri, ricordi altrui. Arco è un luogo spirituale. Un viaggio nel tempo che puoi permetterti in una giornata feriale. Un giardino di legno e minerale. Un giardino sentimentale.