Io sono una Principiante perché alla montagna ci sono arrivata tardi. Siamo sempre di più, noi ex-cittadini, che scopriamo l'altitudine da adulti. E l'altitudine ci cambia, ci trasforma, e diventiamo strani, muscolosi, puzzolenti, e un sacco di altre cose che sapete. Che succede però allora quando torniamo indietro, a chi ci conosceva prima? Oggi vi parlo dell'aspirante montanaro in visita alla sua città.

Sono nata a Bologna, dove ho inanellato un'infanzia allegra in una scuola di perferia e un'adolescenza di allegro disagio in un liceo classico del centro. In quel liceo ho studiato e sognato, fatto politica, scritto a sei mani racconti di terrore, perseguitato maschi di cui ero innamorata. Nelle avventure mirabolanti di quei tempi mi accompagnavano sorelline e fratellini, cuccioli cresciuti fianco a fianco in quel momento della vita in cui ogni amicizia sembra un amore senza fine. Sebbene gli anni siano passati e con loro l'abitudine di disegnarsi con l'indelebile sui pantaloni, l'affetto resta. Non più quella passione sregolata, che ogni amica sembra un pezzo del tuo corpo, ma una forte benevolenza, la speranza che tutto gli vada sempre bene, la voglia di vederli, il desiderio di raccontarsi ed ascoltare. Il desiderio, insomma, di tornare.

Fin qui, tutto bellissimo. Tutto bello anche fino a quando tornavo da Milano, Londra o Lisbona, carica di racconti di viaggio e nuovi amori, pronta per una serata di divano e pettegolezzi, o magari per un aperitivo chic nei bar del centro. Poi, sono arrivata a Trento. E da lì, tutto ha preso una buffa piega.

A prendere la piega più buffa, senza dubbio, sono stata io. Una piega poco gradevole allo sguardo. Vi ricordate il post sui miei deltoidi? Cominci a scalare ed ecco che parte in quarta, la conversione da donzelletta a gibbone. Se, tornata per un weekend a Bologna, conti di riesumare vecchi vestiti, ecco che le spalle non ti entrano più nelle magliette e, quando provi un paio di scarpe col tacco, finisci lunga distesa sul parquet con una slogatura alla caviglia. Tua mamma fa capolino perplessa dalla porta e ti trova a fare flessioni nel tentativo di scaricare l'irritazione per l'ennesimo reggiseno che non si chiude a causa delle tue nuove ali di muscoli. In tutto ciò, ovviamente, hai smesso di pettinarti e di truccarti ma quella sera, per le tue amiche, ti andrebbe di essere anche un po' carina. Quindi ti sforzi di ricordare come si mette il mascara e ti pianti lo scopettino nella pupilla, rinunci allo smalto vista la condizione miseranda delle mani da operaio edile e sospiri mentre sollevi frivole calze a maglie a pois su polpacci da attaccante dell'Inter.

Quant'è bella Bologna la sera! Luccicano vetrine e pavè argentati di pioggia. Uh, ma quanta gente che c'è in via d'Azzeglio! Oh, bella la movida, ma perchè devono starti tutti così vicini? E poi perchè sono così tanti? Ma proprio tutti qui dovevate venire? Oh, ma ve ne andate a casa? Aiuto, soffoco, la folla mi schiaccia! Le tue amiche ti raccattanno che rantoli nascosta in un portone, fissando con gli occhiacci il mare di gente.

Tranquilla, Principiante, non è niente! Si tratta solo del sabato sera! Forza, un bel bicchiere di vino ti rimette in sesto. Ti lasci trascinare verso il bar. Cosa, sono sei euri per un rosso??? Volano insulti, si sfiora la bestemmia. Alla fine ti accoccoli maledicendo al tuo tavolino finto legno, rimuginando uno spritz al platino. Forza, è il momento dei racconti! Ma anche lì, qualcosa non funziona. Le tue amiche parlano di lavoro, tu gli descrivi il lato sud del Cima d'Asta. Loro si scambiano opinioni sulla moda, tu dici la tua su quando è meglio piantare il topinambur. Loro s'interrogano sull'amore, tu sulla salita di Maestri al Cerro Torre. Loro ti confidano segreti, tu illustri i benefici della piastrina discensore. Oh, Principiante, sei noiosa! Qualcosa di bello non ce l'hai da raccontare? Ti impegni, parli del tuo branco. Che ringhiano e ruttano ma in fondo sono dolci. Racconti del tuo moroso Bestia, che per te sta risalendo la catena dell'evoluzione, e dopo un paio di mesi da cinghiale, ora gli stanno spuntando zampe da scimmia. Per Natale, forse, gli si oppongono i pollici.

Finalmente sei riuscita a farle ridere. Si accendono gli sguardi, lampeggia il riso, perfino lo spritz sembra costare meno. Racconti del sole sul giacciaio, ti raccontano del ristorante etiope, racconti delle more calde, ti dicono del volontariato in ambulanza, finite a parlare di danza, finite a parlare di terra e di migranti, parlate di confini e confetture, di libri ed autostrade e di paure, del falco che guarda da lontano il bosco, di come bisognerebbe sapere quale sia il proprio posto. Di come sia bello stare al posto sbagliato, che sia su un monte o seduti sopra un prato, che sia in città o in un eremo su un monte, di come l'amicizia faccia ponte, di come siam diverse e ancora uguali, di come siam lontane e anche vicine.

E nel frattempo scorre, tutta intorno, la città. Che è grande e rumorosa e ormai non è più casa, ma resta sempre bella, piena d'ardore, piena di vita e luccichii e mani che si cercano. Un posto in cui è bello ritornare. Anche se poi si prende il treno che ti riporta in mezzo alle montagne. Il passato è una valle in cui è bello camminare, mano a mano che ti fai più grande.