Siamo tornati nelle nostre montagne. Chi in macchina,chi a piedi, chi con la mascherina, chi da solo. Chi camminando a due metri dagli amici. Vi ho visti nelle foto di valli e picchi e volti, vi ho visto col sorriso e gli occhi accesi. Vi ho sentiti nei mille messaggi di estasi e trionfo. Vi ho incontrati lungo il sentiero.

A Trento, il primo weekend di libertà è stato quello del primo maggio. La giunta provinciale liberalizza la passeggiata e il trekking, ma solo all'interno del comune. Va bene, detto fatto, che c'importa? L'importante è che sia permesso di uscire dalla porta! Sull'arrampicata c'è ancora troppa incertezza e noi non vogliamo fare subito gli anarco-insurrezionalisti, dopo due mesi a fare i cittadini modello (modello paguro: dentro al guscio tutto il tempo). Niente roccia, oggi passeggiata. Piccola però eh. Che dopo due mesi di divano abbiamo i polpacci atrofizzati come formaggi caprini e i quadricipiti di Titti di Gatto Silvestro. Giusto una capatina veloce sul colle di fianco alla città. Che importa? Noi andiamo al monte!

Già. Peccato che il monte, rispetto alla città, stia dall'altra parte. Io e la Bestia, pallidi e un po' smarriti, usciamo dal cancello strabuzzando gli occhi. Oddio, quello è un albero? Incredibile! E questa roba a terra che cos'è, fango? Che bello! E questi? Mozziconi di sigaretta? Fantastico! Una mascherina abbandonata, festonata di pipì di cane? Wow! Come alpinisti dell'Ottocento, diamo la scalata al monte partendo direttamente da casa, vestiti da trekking in mezzo alle Pande bianche in doppiafila. Ma che c'importa? Noi andiamo al monte!

Banche (chiuse), bar (chiusi), semafori, balconi. Ci troviamo davanti la prima strada in salita e siamo già un po' stanchi. Niente paura, dallo zaino escono i bastoncini da trekking e l'attacchiamo zampettando sull'asfalto: mi sento uno strano miscuglio tra una cavalletta e un pensionato con bandana di lycra che fa nordic walking. Dopo una mezz'ora abbondante, arriviamo sotto casa degli amici: la Variante e la sua morosa. Loro scendono e ci salutiamo a distanza, gli occhi lucidi e gli zigomi pieni di grinze, che come si arriccia la pelle intorno agli occhi si vede lontano un miglio che, sotto la mascherina, c'abbiamo un sorriso colossale. Partiamo in coppia, congiunti al fianco e amici avanti e dietro, gridandoci le novità da due metri. Che importa! Noi andiamo al monte!

Piano piano, ci sfuma intorno la città. L'erba cresce, la strada si assottiglia, le case mantengono finalmente anche loro le distanze. Intorno a noi, intanto, cresce la ressa. Non ressa proprio, dai, diciamo un po' di popolo: tutti bravi e distanti, tutti coi baffi imbavagliati, tutti che gridano le novità agli amici lontani due metri. La strada si arrotola sorniona verso l'alto, come un bruco liscio e nero e ben oliato, intorno camminatori bianchi come gambi di sedano, abbronzati dagli schermi dei computer, appesantiti da pagnottone mal lievitate e tentativi casalinghi di Linzer Torte. A nessuno, beninteso, importa niente. Andiamo al monte!

E al monte si va solo lungo una strada: verso su. Che magari son 600 metri di dislivello, ma dopo sta quarantena, sembrano 6000. Intorno, la ressa comincia a mostrarsi un po' provata. Sbuffano come mantici dentro la mascherina. Il retrotreno pesa, il fiato manca, ad ogni inspiro ti risucchi il bavaglio nella bocca, ad ogni espiro lo soffi fuori umidiccio di sputacchi, fino a che dopo quaranta ansimi è ridotto a un impacco appiccioso seduto sotto il tuo naso, a farti da micro-bagno turco al mento, ed esala il vago e sinistro odore di pelle di pollo arrosto bruciacchiata. Che importa! Noi andiamo al monte!

Sì, ma quanto è lunga sta salita? Inutile, ancora non lo abbiamo appreso, che non dobbiamo uscire con questa gente forte: la Variante e la sua signora saltellano pieni di energia. La Bestia rantola, pentendosi dei suoi muscoli da boulder tramutati in ciccia di birra e gelato, mentre io mi trascino al loro passo sentendo nugoli di vesciche nascermi sui piedi, che avevano scordato di non essere nati per ciabattare e allegri nei calzetti, ben lontani da qualsiasi calzatura.

Che importa! Noi andiamo al... Coooosa, vuoi salire ancora? Ma non era questa cimetta la meta, questa volta? Niente da fare, sempre così finisce: eroicamente sfatti arranchiamo verso l'alto. Ma neanche la cima è la fine, perché su è fitto come al mare: la Variante storce il naso, la Bestia bestemmia, filiamo via abbandonando la bagarre.

Com'è finita? Che la nostra prima uscita è durata 21 chilometri e sei ore. E siamo ritornati zoppi e pieni di calore. Che la vista, il profumo, il riso e la salita, tutto c'era mancato e non c'è storia: andiamo al monte per respirare l'aria. E se siamo fuori forma ed è più dura, andiamo lo stesso al monte per sconfigger la paura. Con una mascherina di mezzo, devi solo respirare più forte, andiamo al monte per sconfiggere la morte. Che fatica e stanchezza e timore, non possono farci volare le spalle: guarda quanto è straordinaria, laggiù, la valle.