Un paio di settimane fa vi ho parlato del boulder, l'arrampicata a pochi metri da terra, e della mia palestra preferita. E niente, mi è rimasta voglia di parlarvene ancora. Di parlarvi di quanto ci divertiamo, di quanto ridiamo e di quanto ci schiantiamo a terra. Quindi, oggi vi parlo della sera della palestra boulder. Poi, magari, me ne parlate anche voi delle vostre?

La sera della palestra boulder inizia ancora prima di arrivarci, in palestra. Quando si sta a lavoro e si pensa "Tieni duro. Puoi farcela. Dai che oggi si scala". Quando si studia e ci si dice "Forza. Ancora un'ora. Ancora un'ora e arriva l'ora mia". Quando cala il buio che non sono ancora le cinque e con il buio la stanchezza e lo sconforto, che un'altra giornata è passata e non è che si sia fatto tanto di quello che si ama. E invece no, la giornata non è finita per un cavolo, adesso arriva la parte bella! La schiena si rizza, la testa si schiarisce, magari ti spunta anche un sorriso. La palestra boulder ti aspetta. Ah, l'attesa della palestra! In fondo, non si potrebbe quasi dire che l'attesa del boulder sia il boulder stesso? No. Il boulder fa male alle braccia. Se non ti si infiammano i bicipiti, non è boulder. Che i filosofi si tacciano.

Dopo l'attesa del boulder, c'è la strada verso il boulder. Non so voi, ma noi siamo un branco di squattrinati parassiti e quindi la strada verso il boulder si fa di solito in cinque stipati dentro l'unica Fiat Punto disponibile con gli zaini in braccio, le spalle ingombranti tutte incastrate insieme e, se ti va male, le scarpette della Bestia sotto il naso. Poi siamo già sudati prima ancora di iniziare e quindi il guidatore abbassa il finestrino per non svenire al volante e nella Punto soffia la bora triestina che ci congela il naso mentre rolliamo verso sud. Ma il morale è lo stesso alle stelle! La Bestia ci vessa con la sua playlist che va dalla trash croata al nu metal, Gogol Mogol canticchia serafico, Mastro Sensei racconta di quella volta sull'Annapurna e Aspirina chiede "Oh, ma qualcun altro c'ha fame?".

Finalmente arriviamo in palestra, Mastro Sensei si lancia in uno stretching degno di un fachiro indiano che suscita ammirazione e un vago senso di nausea, Gogol Mogol segue un rito di scaldo pianificato al millesimo, un po' tutorial di fisioterapia e un po' programma informatico scritto in Python, la Bestia prova a copiarlo ma a metà si scogliona, Aspirina dice "Io comunque sto morendo di fame". Scendiamo in sala boulder, accolti dal familiare chiasso di gente allegra che incita, grida e rovina a terra. Ecco che finalmente all'attesa del boulder si sostituisce il boulder! Tra esplosioni di magnesite, mani che si spellano, bicipiti gonfi e fragorose cadute, la serata passa dentro il solito gioco inebriante. Tra concitazione e tachicardia mi fermo a guardarli. La Bestia che si solleva a ringhi e botte che fan tremare la parete. Aspirina contenta che ha ancora fame ma ora non ci pensa. Gogol Mogol che insegna a scalare a tutta la palestra. Mastro Sensei che ride, spenzolandosi su un braccio solo. Eccola qui, la nostra fettina di allegria. Ce la prendiamo quando ne abbiamo voglia e ce la possiamo portar via dove ci pare. Tutti insieme vengono intorno e mi spronano, mi parlano. Tutti insieme mi portano al prossimo boulder e mi tirano su a forza di entusiasmo. Le loro braccia alzate in alto a dita strette sono lì se cado. Anche se sono stanchi, anche se forse non cadrò. Le tengono in alto per farmi sapere che ci sono. Che va tutto bene e che tutto bene andrà.

Torniamo ad impilarci dentro la macchina, dopo. Siamo ancora stretti, puzziamo di più ma parliamo meno. Sorridiamo uguale, come prima. La musica si fa più calma, la pancia di Aspirina brontola, Mastro Sensei annuisce nel buio, dando il suo consenso all'universo. Io spio le stelle torcendo il collo oltre il finestrino e saluto la costellazione di Orione, l'unica che da sempre riconosco, che quando ero piccola ritenevo il mio immobile protettore. E allora non lo sapevo, perché mi piacesse tanto. Forse perché, con le sue braccia e le sue gambe aperte, mi sembrava che si preparasse a fare una ruota in mezzo al cielo, come facevo io sui prati. Da allora sono cresciuta e ho lasciato la mia casa e in terre lontane guardavo in alto Orione, che ancora era il mio notturno paladino. Non più perché gli piacevano le ruote come a me ma perché, nel suo lungo tragitto astrale, era un grande e coraggioso viaggiatore, proprio come allora mi sentivo io. Quando ho trovato la mia nuova casa a Trento e mi sono persa dentro i boschi, la notte guardavo Orione, che nella sua caccia alle Pleiadi correva dentro una foresta di stelle, come io correvo tra i larici e i faggi.

Anche adesso lo guardo, anche adesso mi parla. Ma ora ho finalmente capito, cosa fa, lì in alto nel cielo, con quelle braccia alzate. Non ha in mano un randello, né uno scudo. Non fa la ruota, non insegue le comete. Non bambino che gioca, non viaggiatore, non spirito dei boschi a caccia. Orione con quelle due braccia alzate, para uno che scala. Tiene in alto le mani, per prenderlo se cade. Quando cala la notte e si accendono le stelle, il mio spotter gigante alza le braccia per me, per farmi sapere che lui c'è. Che tutto va bene, che tutto bene andrà.

Buonanotte a tutti, scalatori. Buonanotte Orione, protettore dei boulderisti.

Ph. Nikolay Vasiliev