Avete presente quando le cose non vanno proprio esattamente come sperato? Del tipo che ti si brucia la cena, ti cade un ciocco di legno su un piede o perdi il bus per tre volte di seguito? Allora ti dici, pazienza, a tutti capitano le brutte giornate.

Avete presente, invece, quando le cose non vanno proprio per niente come sperato? Del tipo che ti si scassa il computer, ti si rovina la corda, ti si rompe la macchina e nel frattempo qualcuno ti ruba 150 euro dal conto in banca? Ecco, allora magari parte qualche bestemmia, gli amici ti offrono da bere, tutti insieme rimproverate aspramente il creatore ma, in fondo, domani è un altro giorno. Ecco, ora avete presente quando il mondo ti si rivolta contro, vendicandosi del peso che appoggi a terra ogni volta che cammini e di tutti i moscerini che uccidi ogni volta che respiri? Quelle volte in cui per esempio ti aprono la macchina per rubarti tutta l'attrezzatura da montagna e nel farlo ti distruggono la carrozzeria e si prendono anche il coltello portafortuna che ti ha regalato il tuo nonno defunto e in tutto questo tu eri perso nel bosco perchè ti era scappato il cane e ora non sai piú dove sia e torni alla macchina senza cane e la trovi devastata e magari neanche parte piú perchè ti sei dimenticato di fare benzina? Ecco, allora, in questo ultimo caso, vi siete avvicinati all'esperienza quotidiana della mia amica Disprezzo.

Disprezzo è perseguitata da un'intergalattica sfortuna, che fa di lei una specie di titanessa della lotta alla sfiga. Una campionessa di salto allo sgambetto del fato. Un'olimpionica della scherma contro al tiro mancino del destino.

E se anche a pochi di noi è successo che ti rubassero il computer con dentro la tesi, o che ti accettassero per il lavoro all'estero per cui ti avevano rifiutato una settimana prima, due ore dopo che ti eri iscritto ad un costoso master a frequenza obbligatoria, le nostre sfighe le abbiamo tutti. Tutti quanti abbiamo giornate storte, e settimane oblique e mesi fuori asse. Tutti quanti combattiamo una guerra contro schiene doloranti, treni persi, occasioni mancate e amori perduti. Quindi oggi vi parlo delle giornate storte. Delle sfortune. Delle tristezze. E di come possiamo fare una cosa con loro. E questa cosa che possiamo fare, è portarle in montagna.

Non è mica facile capire cosa farci, con le sfighe. Cioè, ti capitano tra capo e collo. Si invitano da sole a casa tua. Si siedono al tuo tavolo senza che gli sia stato apparecchiato un posto. E se alcune si siedono al tuo tavolo, altre finiscono per sedersi in un posto ancora peggiore. Passano dall'esterno all'interno. E ti si siedono dentro. Si insediano in fondo, nel petto, da qualche parte tra l'aorta e la trachea, in un posto in cui possano, con le loro maledette manine di spilli, spingerti sia sul cuore che sul respiro. Allora da sfighe diventano tristezze. Da robe di tutti a robe solo tue. Ora stanno lí dentro, nel tuo dentro. Cosa diavolo puoi farci, con loro?

Non c'è molto che si possa fare con le tristezze. Le tristezze non si sconfiggono, non si patiscono. Le tristezze si portano. Certe tristezze le portiamo proprio ovunque andiamo. C'è anche da dire che, peró, anche se la tristezza viene sempre con noi, per lo meno siamo noi a decidere dove andare. Le tristezze hanno mani di spilli, ma niente piedi. I piedi sono i nostri. Siamo noi a metterne uno davanti all'altro. E possiamo decidere dove puntarli. E ad alcuni di noi piace puntarli verso l'alto.

É cosí che ce ne andiamo in montagna. Le nostre tristezze vengono con noi. Spingono sul nostro respiro mentre camminiamo. Nel cammino il respiro si fa lento e profondo. La tristezza deve spingere di piú per appesantirlo. Le tristezze pesano sul cuore. Nel cammino, il cuore batte piú lento. La tristezza deve batterci sopra piú forte, per farsi sentire. Il sentiero comincia a salire.

Intorno a noi, si aprono le valli. Il sole bagna la roccia di calore. I licheni crescono sui sassi, gli scoiattoli nascondono le noci. I fiumi corrono giú verso le foci. La tristezza sale alla montagna. Sale dentro il nostro petto che sale. Salgono i viottoli, le punte degli abeti. Sale il chiocchiolare dolce del ruscello. La tristezza deve ammettere che è bello, l'ascendere lento della via. Che strana perfezione, che armonia, nei salti di roccia chiara dei burroni, nella foreste prima verdi e poi marroni, nel volo immobile d'un rapace.

É quella pace, quel senso incredibile di tutto. Quel senso di compiuto e fatto, il senso che il mondo sia perfetto. É la montagna. Il respiro di roccia e legna. Non si puó dire che tu non sia piú triste. Forse, piuttosto, semplicemente non sei piú solo tu.

Di piú non saprei che cosa dire. Chi l'ha provato, forse mi ha capito. Chi non lo sa, forse lo intuisce. Portiamo le tristezze dentro, possiamo provare a portarle fuori. Fuori dove brillano altri colori. Dove risuonano rumori differenti, che non sono noi nè il nostro pianto. Questo soltanto. Fagli prendere aria. Fagli prendere vento. Scrollale bene al sole. Vediamo, se cambiano colore.

Ph. La Bestia