E anche oggi vi parlo di nuovo di arrampicata. Vi ho già raccontato dei primi mesi, della scoperta, dell'entusiasmo. Oggi vi parlo dei compagni perché a scalare, come nell'addestramento jedi, sempre due ce ne vogliono.

I primi mesi, questa cosa della socialità è una pena. Non si può arrampicare da soli. Hai bisogno di qualcuno che si metta l'imbrago, ti leghi a sé e stia lì buono buono a fissarti mentre ti arrampichi, spesso ricavandone una bella cervicale per i giorni a venire. Il problema è che tu hai appena iniziato, scali male e ci metti un'eternità ad arrivare fino in cima. E poi sei nuovo, sei un principiante, e non conosci nessuno che scala tranne te. Eppure vuoi scalare. Disperatamente. Fino a che va avanti il corso, vivi per quelle due orette in cui altri esseri umani sono costretti a farti sicura perché poi sanno che toccherà a te farla a loro. Ma quando il corso finisce, sei da solo e questo significa che, né più né meno, sei SPACCIATO.

Non puoi stare senza scalare. Non è una scelta, è una questione di sopravvivenza. Se manchi una settimana dalla palestra ti senti morire dentro. Quando non hai accesso alla tua dose manifesti un numero impressionante di sintomi che vanno dalla depressione all'insonnia, passando per le convulsioni e la bava alla bocca. Non sto scherzando. Ho tutte le prove di quanto l'astinenza sia letale. Ho un amico che ha lavorato a lungo con gente con problemi di droga. In me, l'insorgere della tossicodipendenza l'ha notata da piccoli segnali, già dopo le prime settimane di arrampicata. Da allora, quando mi incontra s'informa gentilmente su come proceda il mio viaggio dentro al tunnel della scalata. Le mie risposte variano da scrollate sconsolate del capo se ho potuto scalare poco, a sorrisi inquietantemente larghi, se sono di ritorno dalla falesia.

La dipendenza è giovane, agli inizi, ma non meno aggressiva. Devi scalare e non puoi farlo da solo. Così comincia la frenetica caccia al compagno. Devi trovare qualcuno che scali con te, costi quel che costi. Assilli i tuoi compagni. Attacchi discorso con chiunque si trovi in palestra, con i più futili motivi. Perseguiti quei pochi amici che sanno arrampicare e che, pazientemente, qualche volta ti si accollano per farti un po' di scuola. Cominci a vedere le persone non in quanto esseri umani, ma in quanto bipedi dotati di due gambe da infilare nei cosciali dell'imbrago e due mani che possono azionare un dispositivo da sicura. Fa schifo. Tu fai schifo. Sei una zecca, un rompiscatole, una sanguisuga.

Ma perché tutto questo? Scalare in due non dovrebbe essere un'esperienza meravigliosa di condivisione, di fiducia reciproca, di simbiosi tra persone, corde e montagne? Eh. Il motivo è che, quando inizi, non la sai fare, sicura. Tu hai bisogno di qualcuno che ti permetta di arrampicare e che ti blocchi se spicchi il volo verso il suolo. Ma non sei capace di assicurare gli altri, la concatenazione tra corda e dispositivo da sicura ti è sconosciuta, i nodi fatti apposta li sbagli tutte le volte, neanche un pazzo si fiderebbe di te. E quindi? E quindi niente, ti arrabatti come puoi e ti trovi a frequentare persone con cui mai prenderesti neanche un caffè e a fare buon viso davanti a paranoici, imbroglioni, viscidi, scrocconi e persino fascisti. "Ma ti sta simpatico, quello?" chiedono gli amici perplessi. La risposta è una scrollata di spalle: "Fa sicura".

Per me c'è stato l'aggravante del peso. Non ho intenzione di dare il via ad una lagna dai toni passivo-aggressivi riguardo alla mia altezza grazie alla quale, quando lavoravo da Benetton, ero usata come metro per le stoffe: 150 centimetri e fischia di ragazzina italiana. Ne avrete più che abbastanza in futuro, quando vi accuserò di essere più forti, più belli e più fortunati per una mera questione genetica. Qui ho solo intenzione di rimarcare che, quando una salamella di 45 chili si appende all'altro capo della corda di un manzo di 90, qualche problemino può venirne fuori. Se il manzo cade che è salito appena qualche metro, finisce in terra. E questa non è una bella cosa. Se il manzo cade che è a quattro metri d'altrezza, la salama si schianta contro la parete, magari con il manzo dritto in testa. Se il manzo cade da più in alto tutto bene per lui, la salamella continua invece a spiaccicarsi. Nulla di irreparabile, chiaro. Con il tempo si impara a saltare, ad atterrare con le piante degli scarponi sulla parete verticale, a tenere le ginocchia ben lontane dagli spigoli e a serrare gli occhi e la bocca se si sfonda un cespuglio. Ah. Con il tempo, i manzi imparano anche a evitare di cadere nei primi quattro metri di via, se ci tengono alla vita.

Perché a fare sicura si impara, per fortuna. E mentre impari, succede anche che li trovi: le tue anime gemelle da arrampicata. A volte capita subito: un colpo di fulmine. Guardi quella ragazza e capisci che lei, lei è quella giusta. Altre volte succede piano piano. Da un gruppo di anonimi assicuratori spicca quello di cui ti fidi di più, con cui ti capisci con lo sguardo, che alza le sopracciglia nello stesso istante al commento discutibile dello scimmione con la canottiera scollata. Allora il fatto che per scalare bisogna essere in due comincia a diventare una fiaba e non più un dramma. Hai trovato la tua anima gemella.

Da lì in poi inizia un nuovo mondo straordinario. Là dove l'altro scala, tu lo assisti. Là dove sei tu a scalare, lui ti tiene. Sempre due, a coppie come ciliegie. Sempre due, come le orecchie e le mani.

Così nasce l'amicizia dentro all'arrampicata. Una corda lenta che ti segue sempre, una mano tesa attraverso i giorni. Ci siamo visti crescere, mettere nuove piume e nuove ali, mettere muscoli e prendere coraggio. Ci vediamo ancora avere paura, lottare, arrabbiarci con noi stessi. Ci vediamo fiorire di baldanza. Grazie a tutti, compagne e compagni di caccia. La via è perigliosa e leggendaria e noi ci camminiamo sopra insieme.

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