Oggi vi parlo di Trento, cittadina in Alpeggio, della sua geografia montana e della sua fauna vestita in abiti sportivi.

Per chi ci arriva per studiare, con velleità di baldorie leggendarie da raccontare al paese, Trento è una bella delusione. Orde di ventenni per la prima volta senza guinzaglio si sono scontrate contro le sue due raffazzonate discoteche, i suoi bar pieni all'ora dell'aperitivo e vuoti alle dieci, la sua polizia solerte e i suoi condomini dal sonno leggero. Come capita sempre, a quell'età si finisce per divertirsi dappertutto e, crescendo, quelli che restano finiscono per abituarsi.

Non tutti, ovvio. Conosco persone che, malgrado siano qui da dieci anni, ancora maledicono l'assenza di ristoranti etnici e il biasimo sociale che ricade su chiunque si metta in testa di uscire la sera con un paio di scarpe col tacco.

Per me, che arrivavo da Londra e prima da Lisbona, quella città era un ritorno malaugurato alla sonnolenza dei miei primi anni da studentessa, passati nella timida Forlì. E se a Forlì ero ancora un'adolescente entusiasta di far baldoria a base di Martini a casa di amici, al mio arrivo a Trento mi sentivo una donna di ventitré anni di mondo, avida di pane in cui affondare i denti, e quel bizzarro villaggione turrito mi sapeva di morte dell'anima.

Ho un'amica mia coetanea (che chiameremo Gamba a causa dei suoi formidabili polpacci da scialpinismo) che è autoctona di nascita, tornata in Val dell'Adige dopo scorribande ben più avventurose delle mie. Al tempo vessavo Gamba lamentandomi di tutto: mi annoio, la gente si veste da schifo, gli spettacoli teatrali sono quelli che vedeva mia nonna negli anni 50, non c'è neanche un corso di danza angolana, per Dio! Avevo anche rimostranze più poetiche. "Qui il panorama è chiuso" mi disse una volta una toscana bella come un quadro "ovunque tu ti giri, ci sta un monte. Non vedi oltre, non c'è l'orizzonte, qui! Come fanno a respirare a pieno?". Il mio problema non era l'orizzonte. Il problema era che a Trento non si vede il tramonto. Alle sei di sera il sole si catafotte dietro il Bondone con una luce tutta intorno da pomeriggio pieno e poi va a diventare sera da qualche altra parte, dove la gente di sicuro è più felice. Niente lento stillare di miele tra le nubi, niente pennellate d'indaco. Per un'emiliana cresciuta nella luce d'ambra delle sere sui colli, dove ti si strizza il cuore di dolcezza anche sei acido come lo sturalavandini, vivere in una città senza tramonto è un lutto.

Insomma la città difettava dal punto paesaggistico e da quello culturale. Ma la gente, d'altro canto, valeva la pena, no? Eccome! Un'altra amica, che chiameremo Aspirina a causa del suo amore per i farmaci e dell'effetto antipiretico dei suoi consigli, mi disse una volta che i ragazzi trentini ci provano con le ragazze sempre nello stesso modo. Seduti davanti ad una birra. Senza dire una parola. Dall'altra parte del locale.

Che bellezza.

E non c'è tanto da scherzare: senza bisogno di far di tutta un'erba un fascio, molti trentini appaiono a prima vista truci, gregari in gruppi d'amici ben serrati, avari di parole e poco interessati ai forestieri. Nel mio periodo di singletudine più allegra, ho raccolto perle incredibili da ragazzi che non volevano per nessuna ragione venire a bere un caffè con me. Grazie ma non mi piace restare in città dopo il lavoro. Grazie ma questo weekend ho da far legna. Grazie ma ho già avuto una ragazza in passato e non mi è piaciuto(?!).

E il problema non è ristretto al lato romantico della faccenda. Travalica i diversi ambiti della relazione sociale. Può ben capitare, per esempio, che a una cena i tuoi commensali s'imbarchino in una focosa discussione su pregi e difetti delle segatronchi orizzontali, con buona pace per la speranza che a te spetti ogni tanto qualcosa da dire. Oppure che le tue amiche, guardandoti con amorevole disprezzo, ti compatiscano per la tua incapacità di vangare la terra. Basta una certa goffaggine rispetto ai lavoretti di casa e al giardinaggio per farti definire dalla comunità intera un'inetta a vivere senza possibilità di redenzione.

Insomma, a Trento manca un sacco di roba. Su questo, c'è poco da discutere. Manca un sacco di roba alla quale un tempo ero abituata e al suo posto c'è un sacco di roba che neanche sapevo che esistesse. Tipo le segatronchi, orizzontali o no. Tipo le vanghe, i badili e tutte quelle altre diavolerie. Tipo gli orti comunitari o le palestre di arrampicata, dove dopo qualche mese tutti si chiamano per nome. Tipo la birra ghiacciata bevuta sul greto del lago dopo il lavoro o i weekend che con mezz'ora di macchina sei in vacanza lontano da tutto. Tipo le Dolomiti, il Brenta e il Lagorai. La fatica di spingere giù i piedi sui sentieri in salita e l'ebrezza di correre verso il basso nella neve, l'estasi di raggiungere la cima, dove l'aria è più fina e sventolano i capelli ed i pensieri. Dove lo sguardo vola in giù nella tua valle, rimbalzando sulle rocce e nessuno è più in alto di te, in tutti i sensi.

Da quando sono qui, ho dovuto dimenticare quello che pensavo bisognasse avere e quello credevo di sapere. E ho provato piano piano a reimparare tutto. A camminare, a guardare, a respirare. Ogni atto, un lento apprendistato. Per questo mi sono chiamata la Principiante. Sono successe cose insperate, nel processo. Sono esplose risate, sono cresciuti muscoli, sono nate amicizie per la vita. Sono cadute a terra tante paure, come pezzetti di guscio d'uovo. Sono nata di nuovo. E tutto ha preso una nuova luce, un taglio mutato. Forse non sarà un tramonto emiliano, ma di certo è un gran bello spettacolo.