Oggi vi parlo di un'avventura durata una mattina. Un'avventura piccola che per me però è stata un grande passo. Non un passo avanti, perché non c'è destinazione. Certo non un passo indietro, che ogni giorno è nuovo. Piuttosto, un passo verso l'alto. Un passo, un salto, un rischio, un'euforia. Oggi vi racconto della mia prima via.

Comincio col dirvi che, in realtà, non è stata la prima, ma la seconda. Ma la prima neanche la considero: veniva alla fine di un giorno in cui ne avevamo fatte troppe, tra ferrate, laghi, birra e barrette energetiche, era già quasi buio, non capivo niente, mi hanno legata come un cotechino e tirata su a braccia, ero l'unica senza frontalino, dormivo, non c'ero, non è stata colpa mia, nego tutto!

La seconda via, invece, è stata proprio colpa mia. Colpa mia e della mia testa dura, e della Bestia, ovviamente, con cui stavo da una settimana e che aveva già deciso di tentare di ammazzarmi in tutti i modi possibili. E quel giorno, la modalità prescelta includeva l'alpinismo. Un alpinismo tranquillo, da Principianti, ma pur sempre alpino, almeno nella forma. Saremo andati a fare una via a spit, in val del Sarca.

L'avventura, per me, è cominciata la sera prima. La Bestia scava un'isola libera sul pavimento della sua camera tra vestiti sporchi, cartoni di pizza, libri, fumetti, resti mummuficati di fazzoletti, corde, rinvii, chiodi, martelli, scalpelli, ossa, pelli di animali, clave tribali e chi più ne ha più ne metta. Ci sediamo entrambi a fare lo zaino in mezzo al brodo primordiale in cui, forse, una nuova stirpe di creature sta maturando per un giorno conquistare il mondo. Alla mia timida richiesta di buttare una bottiglia vuota di Malvasia, mi viene risposto "Quello è un ricordo". Non volendo saperne altro, mi tuffo nello zaino. La Bestia solleva un paio di coulotte di Intimissimi "E poi comunque è anche colpa tua, che abbandoni i vestiti". Fisso l'indumento con occhi vuoti: "Quelle non sono mie".

Anche la Bestia si tuffa nello zaino.

Procediamo alla scelta dell'attrezzatura. Per mio sollievo, non andiamo ancora in Dolomiti, quindi possiamo soprassedere su tutta la serie di dadi, friends, pinze, ganci, chiodi e martelli che richiede una parete non attrezzata. In compenso vengo sommersa da cordini di tutti i tipi, due diversi tipi di scarpette, dodici moschettoni, trenta rinvii e qualche protezione veloce, che "Non si sa mai". Invece che 200 metri di roccia intorno ad Arco, sembra che stiamo andando a conquistare il Nanga Parabat. Zaini fatti e roba pronta, si va a dormire.

Ovviamente io non ho chiuso occhio. Ancora prima di provare, avevo già un terrore mistico per le vie. Uno di quei terrori ancestrali, incontrollabili, preventivi. Ancora prima di andare a spaventarmi, ero già spaventata a morte. La mattina arriva comunque troppo presto. Nella luce grigioverde dell'alba, i nostri eroi partono per l'Alpe. Che poi Alpe non è affatto, ma solo la parete del Limarò, sotto il picco allegro del Piccolo Dain, la palestrina amichevole del Sarca per tutti gli alpinisti dilettanti. La via scelta è sicura, facilissima, veloce. Ma la Principiante è in piena paranoia, e il Dain appare come un aspro contrafforte di sventura, che proietta un'ombra lugubre e fatale. "Parli poco stamattina" dice la Bestia, con segno di apprezzare enormemente. Io gnaulo un verso intelleggibile, che lui accetta serenamente come risposta.

Questo è quanto, siamo ai piedi della parete. La Principiante passa dal caldo al freddo più velocemente di un condizionatore da muro. La Bestia la fissa, socchiude gli occhi, pare finalmente che qualcosa gli sovvenga del dramma interiore che gli sta in piedi davanti, fingendo di sbocconcellare un cracker. "Va bene" dice infine, a una domanda che nessuno gli ha rivolto "per oggi va su solo da seconda".

A farmi star bene non è stato questo. Da seconda o da prima, la paura resta. A farmi star bene è stato mettere le mani sulla roccia. Quando uno trema, cos'altro può essere più solido?

La Bestia sale tranquillo, il sole sorge. Faccio sicura sola sulla strada. Il silenzio è pieno di rumori. Si svegliano gli uccelli, scorre il fiume, soffia il vento. La roccia non fa rumore, solo luce. La Bestia arriva in sosta, tira la corda, comincio a salire.

Non vi dirò che è stato magico, meraviglioso. Che tutto è andato bene e da quel momento in poi non ho avuto più paura. Conoscendomi, non ci credereste. La via era breve e facile. Vi abbiamo messo lo stesso il doppio del tempo previsto e ho sudato, sbuffato, scivolato, ingarbugliato le corde, tirato testate con il casco, sbattacchiato gli spit. Ho rischiato di dimenticare moschettoni, abbandonare cordini, lanciare la merenda nella valle e fare pipì in testa alla cordata di sotto. Al penultimo tiro ero appesa come un salame, con la incrollabile certezza che non sarei riuscita ad allungare un'altra mano verso l'alto.

Ma ce l'abbiamo fatta. E quando metti piede in vetta, la soddisfazione che provi non la spieghi. Spieghi lo sguardo in giù, su tutti quei metri di roccia che hai salito, che hai percorso con il corpo palmo a palmo, che hai accarezzato con il petto, che hai stretto tra le dita. Quel corpo a corpo con la salita che ti lascia senza fiato e senza peso. Un tuffo in un lago ghiacciato. Un bicchiere di grappa bevuto d'un fiato. Una carezza bruciante in cotropelo. Come se fossi salito fino in cielo. Come se fossi dentro e sopra e intorno al mondo.

Quanta paura e quanta estasi, nelle vie che arrampichiamo. Ora è finta, riscendiamo in piano. Quand'è che poi lo rifacciamo?

Ph. Nikolay Vasiliev