Anche se uno cresce, va in montagna, ha amici e morosi selvatici, non è detto che in montagna ci sia sempre andato. Che, per esempio, quando era piccolino ci sia stato. Io, per esempio, proprio non ci andavo. Quindi oggi vi parlo di allora, dell'infanzia. Delle infanzie dentro e fuori la montagna.

Io non vengo da una Famiglia di Montagna. Con mia mamma che chiama "monte" ogni gobbetta di terreno della pianura Padana e mio papà che è cresciuto sulla spiaggia, con la montagna non c'azzeccano proprio niente. C'ho amici che sono nati dentro a vere e proprie dinastie di cavalca-vette. Gente che camminava in ghiacciaio a cinque anni. Gente che andava a funghi a tre. Gente che ha imparato i nomi degli alberi insieme a quelli delle parti del corpo. Ecco, io no. Voi camminavate in ghiacciaio, io giocavo a Scarabeo. Voi raccoglievate funghi, a me insegnavano canto lirico. Voi imparavate i nomi degli alberi, io mi sorbivo terzine su terzine di Dante. Si dice così, no? In famiglia si prende quello che passa il convento. A me passava un sacco di fiabe sarde, bizzarre rappresentazioni di Amleto di Shakespeare e lezioni di vita da parte di attori mezzo sballati fuggiti dal Cile di Pinochet.

Voi imparavate a cucinare, costruire e a scalare? Intanto, io imparavo i nomi di 346 esemplari di sauri jurassici, dall'Albertosauro allo Struziomimo. Che cosa mi servirà, vi chiedete? Stiamo a vedere come va con il surriscaldamento globale. Magari tra qualche annetto saremo tutti quanti a scappare dagli Pterodattili affamati.

Di sicuro, della mia infazia cittadina non ho storie che stiano alla pari di quelle dei miei amici montanari che, quando si rilassano, diventano sentimentali e aprono i rubinetti dei racconti. Come la Bestia che, nostalgico, narra "Eh, quando ero piccolo sì, che passavo tempo nel bosco! A tredic'anni prendevo il trattore, un paio di fratelli, e si andava a fare un viaggio di legna. Mi ricordo quella volta che abbiamo deciso di fare una gita lunga, io che ero in quarta elementare e mio fratello di sette anni. Siamo arrivati nel paese dall'altra parte del monte a buio fitto e quasi morti dal gelo, hanno chiamato mamma con il telefono dal bar a dirle che boh, c'erano due bambini lì che dicevano di essere i suoi e che magari poteva venire a prenderseli."

Ma le storie più belle sono sempre quelle di lei, Mastro Sensei. "Primavera qui molto meglio che in Siberia. Perchè d'inverno in Siberia gatti escono di casa, si perdono e poi congelano. E io ricordo che, bambina, andavo in giro a maggio e tutto si scioglie e gatti vengono fuori, ma proprio tipo dappertutto eh?".

Ho amici che, alle scuole medie, hanno domito per due anni sul balcone per essere pronti quando si campeggiava in quota. Gente che i nonni gli insegnavano come scuoiare i cervi partendo dal sedere. Gente che ha cominciato a scalare nella pancia della mamma scalatrice. Ma io non sono una di loro. Da piccola, non ho rischiato di morire congelata. Nè di decapitarmi con l'accetta, o di trovare nuove famiglie che mi adottassero oltre il monte. Non ho mai passeggiato tra muri di neve pieni di gatti morti che si scongelano nel sole. Ma allora, da dove diavolo viene questa sete di vette? Che cavolo ci azzecco io con loro?

C'azzecco che la montagna, a me, mi è capitata. Mi è stata estratta in sorte dalla Dea. Una mano di carte tutte di roccia e aghi d'abete. Una scala reale fino alla cima. Un poco, c'era da aspettarselo da prima. Perchè ok cittadina, ma a camminare io ci andavo già da bambina. Mio papà le chiamava passeggiate. E mi schiodava dal libro o dagli amici, per portarmi a caminare intorno a casa.

C'era il bosco che crocchiava nella neve. C'era una lepre che scappava via. In autunno, le bacche come bocche quasi esplose. In primavera, il profumo delle rose. C'era il profilo buio del colle, gridare il nome per sentirne l'eco. C'era l'ombra fresca di un frutteto, abbandonato in una radura che un tempo era un giardino. Allora annodavo nastri intorno ai rami dei ciliegi, davo il nome a tutti gli albicocchi, inventavo fiabe per i meli, consolavo il salice piangente. Allora trovavo l'acacia diventente, e a nessuno sapevo spiegare il perché. Pensavo che la quercia fosse un re, pietrificato nel legno da qualche sortilegio. Facevo gioielli con la resina di ciliegio. Facevo corone di agrifoglio, mi battezzavo regina delle rane, raccoglievo le lumache in una scatola e le nutrivo a foglie di lattuga.

È quella fuga, quel sogno di libertà o quell'incanto, che cerco adesso dentro ai miei sentieri? Non solo e non tanto. Non soltanto. Oggi ho scoperto la roccia, il sospiro dell'aria alta, il picco. Oggi imparo i nomi degli alberi che allora accarezzavo. Oggi conosco luoghi che allora potevo solo sognare. Ma qualcosa è rimasto, della bambina incoronata d'edera che coccola i pioppi e li veste a festa. I giochi passano, l'incanto resta. Non ci si toglie il bosco dalla testa.